Colesterolo: significato, funzioni e valori da tenere d’occhio

Colesterolo: significato, funzioni e valori da tenere d’occhio

Indice

Domande e Risposte

Cos’è il colesterolo totale e a cosa serve?

Può suonare strano ma il colesterolo è in realtà un “grasso”, ovvero una molecola lipidica, fondamentale per la nostra salute. Tanto che l’organismo produce autonomamente circa il 70% del colesterolo totale, sostanza cerosa presente in ogni singola cellula, essenziale per lo svolgimento di molteplici funzioni tra cui:
  • La produzione di ormoni steroidei;
  • La sintesi della vitamina D;
  • La produzione della bile, che serve al fegato per metabolizzare i grassi tra cui… il colesterolo alimentare!
Il colesterolo dunque non ci apporta energia ma serve per costruire le cellule del corpo e per promuovere funzioni biologiche fondamentali. Tutti, ad ogni età, usiamo il colesterolo per crescere e mantenerci in buona salute. I problemi insorgono quando quantità eccessive di questa sostanza, in combinazione con altre condizioni di rischio, arrivano a danneggiare le arterie, ostruendole, e provocando in tal modo malattie cardiovascolari. Ciò accade quando le molecole di colesterolo presenti nel sangue siano in quantità tale da non essere efficacemente smaltite e finiscono per formare placche aterosclerotiche che incrostano il lume interno dei grossi vasi che pompano il sangue dal cuore e dal cervello.

Ma… prima di arrivare a questa pericolosa condizione, cerchiamo di capire come funziona, dove si produce e come si conserva il colesterolo totale del nostro corpo quando circolante nelle giuste concentrazioni. Come anticipato, gran parte di questo grasso ce lo “fabbrichiamo” da noi, e ad occuparsi di tale incombenza è il fegato. In piccola parte, circa il 25-30% del totale, desumiamo il colesterolo dal cibo (presente solo negli alimenti di origine animale), ed è questa la quota di grassi su cui abbiamo la possibilità di intervenire. Un’altra buona parte dei grassi che assorbiamo dai cibi si “trasformano” in trigliceridi. Colesterolo e trigliceridi hanno un percorso simile ma scopi diversi.
 

I trigliceridi oltre al colesterolo

I lipidi presenti nei cibi vengono scissi in molecole più piccole – i trigliceridi – che, dall’intestino, passano nel sangue, quindi in circolo. Sia le molecole di colesterolo che i trigliceridi nel sangue si muovono legandosi a proteine specifiche, chiamate lipoproteine, di cui esistono diverse tipologie. Le due principali lipoproteine sono utilizzate durante le analisi del sangue come parametro per definire il profilo lipidico degli individui. Si tratta delle lipoproteine a bassa densità (colesterolo LDL), e delle lipoproteine ad alta densità (colesterolo HDL). Erroneamente si considera il colesterolo LDL “cattivo” e quello HDL “buono” ma, in realtà, si tratta di due facce della stessa medaglia, dal momento che il primo ha il compito di “portare” il colesterolo dal fegato alle cellule; il secondo, invece, svolge il percorso al contrario, portando il colesterolo HDL dalle cellule al fegato, dove viene metabolizzato. Per questo le lipoproteine LDL hanno un’alta percentuale di colesterolo (che rappresenta il loro “bagaglio”), mentre le lipoproteine HDL ne sono quasi prive.


Il colesterolo totale un dato utile sullo stato di salute generale

Misurare con un semplice test del sangue il nostro colesterolo totale ci permette di capire quanto, di questo grasso, abbiamo in circolo, senza differenziazioni legate al percorso delle molecole.
La concentrazione di colesterolo nel sangue è un’informazione utile sul nostro stato di salute, ci dice se abbiamo problemi metabolici, se stiamo assumendo troppi grassi dalla nostra dieta, e se abbiamo un rischio di tipo cardiovascolare. Non bisogna, però essere troppo allarmisti. Prima di vedere quali sono i livelli di colesterolo totale ideali, consideriamo che:
  • Le donne in età fertile tendono ad avere valori di colesterolo HDL superiori e valori di colesterolo totale inferiori rispetto agli uomini, per ragioni di natura ormonale;
  • Che le stesse donne dopo la menopausa – quando cessa l’attività ovarica e anche l’azione protettiva degli ormoni estrogeni – spesso vedono salire i loro valori di colesterolo e devono stare più attente anche all’alimentazione;
  • Che durante la gravidanza il corpo femminile produce fisiologicamente grandi quantità di colesterolo per permettere al nuovo organismo di svilupparsi. Anche i livelli di trigliceridi tendono ad aumentare;
  • Che sul profilo lipidico di ciascuno di noi incide moltissimo il fattore genetico. Se i nostri familiari tendono all’ipercolesterolemia, è molto probabile che accadrà anche a noi, senza che questa caratteristica abbia necessariamente un significato patologico.
Pur avendo ben presenti questi elementi, resta il fatto che cercare di abbassare un colesterolo troppo alto è importante soprattutto in assenza di sintomi, proprio perché anche la complicanza maggiore legata all’ipercolesterolemia, ovvero l’aterosclerosi (formazione di placche lipidiche lungo le pareti interne dei vasi sanguigni che possono ostacolare il flusso del sangue verso cuore e/o cervello), è pressoché asintomatica fino a che la situazione non sia già gravemente compromessa.

Ipercolesterolemia? Ecco i fattori di rischio

A parte quelli indicati – genetica, sesso, età – i fattori di rischio per l’ipercolesterolemia su cui possiamo influire hanno molto a che vedere con il nostro stile di vita. Quindi si tratta di elementi che possiamo influenzare, andando ad incidere sulla concentrazione colesterolo e trigliceridi nel sangue. In generale: 
  • Bisogna evitare una dieta troppo ricca di grassi saturi e di grassi trans (idrogenati di tipo industriale) e povera di fibre e antiossidanti, sostanze alimentari che ci aiutano a ridurre l’assorbimento del colesterolo a livello intestinale. Una dieta sana e bilanciata, infatti, ci permette di mantenere stabile la quantità dei grassi desunti dal cibo che ingeriamo evitando che diventino un problema;
  • Sedentarietà. L’inattività fisica rende il fegato pigro e rallenta il metabolismo, incluso quello lipidico. I grassi in eccesso vengono pertanto immagazzinati nelle cellule adipose e in parte restano in circolo nel sangue, dove tendono ad aggregarsi nelle placche aterosclerotiche o formano “palline” abbastanza grandi da poter bloccare il ritorno di sangue al cuore, e questo può degenerare in embolia;
  • Tabagismo e/o eccessivo consumo di bevande alcoliche. Sia tabacco e nicotina che l’alcool sono sostanze tossiche per l’organismo, che danneggiano l’apparato cardiovascolare e compromettono, a lungo andare, la funzionalità epatica e renale;
  • Assunzione di farmaci tra cui: antibiotici, cortisonici, ormoni steroidei e androgeni.


La Familiarità con malattie cardiovascolari, un approfondimento 

Con il termine familiarità si intende la presenza di malattie cardiovascolari precoci (come infarto miocardico, ictus ischemico o angina instabile) in parenti di primo grado (genitori, fratelli o figli). Per essere considerata clinicamente rilevante, la patologia deve essersi manifestata:
  • Prima dei 55 anni nei maschi (es. padre o fratello);
  • Prima dei 65 anni nelle femmine (es. madre o sorella).
Questa condizione suggerisce una possibile predisposizione genetica allo sviluppo di dislipidemie e danno vascolare, anche in assenza di altri fattori di rischio apparenti. Le persone con familiarità positiva hanno una maggiore probabilità di presentare elevati livelli di colesterolo LDL o trigliceridi già in età giovanile e sono più esposte a eventi cardiovascolari precoci.


Come avviene la trasmissione?

La trasmissione familiare del rischio può avvenire attraverso meccanismi genetici diretti, come nel caso dell’ipercolesterolemia familiare (FH): malattia autosomica dominante causata da mutazioni nei geni che regolano il metabolismo delle lipoproteine (es. gene LDLR, APOB, PCSK9). Casi in cui il colesterolo LDL può superare anche i 190–200 mg/dl fin dall’infanzia. Tuttavia, anche in assenza di mutazioni specifiche, è noto che esistono varianti genetiche multiple che contribuiscono, insieme a fattori ambientali condivisi (alimentazione, abitudini), ad aumentare il rischio lipidico.


Implicazioni cliniche e raccomandazioni

Ai soggetti con familiarità cardiovascolare si consiglia di iniziare il monitoraggio del profilo lipidico in età precoce, talvolta anche in età pediatrica, soprattutto se vi è sospetto di ipercolesterolemia familiare. Una valutazione proattiva del rischio globale (inclusi pressione arteriosa, glicemia, BMI e abitudini di vita) consente di pianificare strategie preventive personalizzate, che includono modifiche dello stile di vita e, se necessario, l’uso precoce di farmaci ipolipemizzanti.
Immagine del colesterolo che ostruisce una vena/arteria

Colesterolo: ecco quando preoccuparsi

Prima di approfondire come un’elevata concentrazione di colesterolo e trigliceridi possa compromettere la salute cardiovascolare, è bene precisare quali siano i valori normali di colesterolo nel sangue, andando ad individuare i livelli da non superare per mantenere sotto controllo la propria salute. 

Si tratta di valori che possono essere misurati con delle semplici analisi del sangue da eseguire a digiuno (in particolare si richiede di attendere almeno 8 ore dal precedente pasto).

Vediamo quali sono i valori da considerare:

Parametro Categoria Valore Ottimale Soglia Borderline Soglia Alto Rischio
Colesterolo Totale Uomini/Donne < 200 200 – 239 ≥ 240
Bambini < 170 170 – 199 ≥ 200
LDL (Colesterolo "cattivo") Uomini/Donne < 100 100 – 129 (accettabile) ≥ 130 (alto), ≥ 160 (molto alto)
Bambini < 110 110 – 129 ≥ 130
HDL (Colesterolo "buono") Uomini > 40 40 – 59 < 40
Donne > 50 50 – 59 < 50
Bambini > 45 40 – 45 < 40
Trigliceridi Uomini/Donne < 150 150 – 199 ≥ 200
Bambini (0–9 anni) < 75 75 – 99 ≥ 100
Bambini (10–19 anni) < 90 90 – 129 ≥ 130


Dalla tabella emerge che, per quanto riguarda il colesterolo totale:

  • Il valore ideale tanto per le donne quanto per gli uomini si aggira al di sotto della soglia di 200 mg/dl (milligrammi per decilitro di sangue); mentre per i bambini di 170 mg/dl;
  • Valori di rischio lieve o moderato per uomini e donne: da 200 a 249 mg/dl;
  • Per ambo i sessi il rischio diventa elevato oltre i 250 mg/dl di sangue. Per i bambini, invece, la soglia da non superare è di 200 mg/dl

Valori elevati di colesterolo totale sono, come abbiamo visto, conseguenza di molti fattori concomitanti e vanno indagati con accertamenti ulteriori o, per lo meno, tenuti sotto controllo.

Tenendo presente che anche valori inferiori alla media, ma soprattutto al di sotto dei 140 mg/dl di sangue sono ugualmente pericolosi per la salute, perché possono indicare stati di malnutrizione o disturbi metabolici.
In generale il test ematico per il controllo di routine del colesterolo totale andrebbe ripetuto ogni anno, soprattutto quando i valori siano un po’ superiori alla media.
 

HDL (Colesterolo "buono") Uomini > 40 40 – 59 < 40
Donne > 50 50 – 59 < 50
Bambini > 45 40 – 45 < 40

Colesterolo HDL

Abbiamo già visto che per colesterolo HDL (impropriamente definito “buono”) s’intende il colesterolo aggregato alle lipoproteine ad alta densità, aventi lo scopo di “recuperare” dalle cellule il grasso eccedente e di riportarlo al fegato. Per tale ragione nel sangue le troviamo più “leggere” delle lipoproteine a bassa densità, essendo ancora prive di “zavorra”. In linea di massima buoni valori di colesterolo HDL nel sangue sembrano collegati con un minor rischio cardiovascolare anche in presenza di un colesterolo LDL ugualmente elevato, e quindi di un colesterolo totale oltre la media. Tuttavia, la questione è controversa dal punto di vista scientifico.

Per decenni, il colesterolo HDL è stato considerato un fattore protettivo nei confronti delle malattie cardiovascolari. Convinzione basata sull'osservazione epidemiologica che associava a livelli elevati di HDL un minor rischio di eventi cardiovascolari. Tuttavia, oggi gli studi dimostrano che tale relazione potrebbe essere più complessa di quanto ritenuto in passato.

La funzione biologica dell’HDL di rimuovere l’eccesso di colesterolo dai tessuti periferici, comprese le pareti arteriose, e trasportarlo al fegato per l’eliminazione, secondo il processo noto come trasporto inverso del colesterolo, rappresenta la base fisiologica per l’ipotesi protettiva dell’HDL. Premessa in base alla quale sono stati sviluppati farmaci con l'obiettivo di aumentare i livelli di HDL, nella speranza di ridurre il rischio cardiovascolare.

Tuttavia, i risultati di recenti studi clinici randomizzati non hanno confermato tale ipotesi. Interventi farmacologici come l’uso della niacina o degli inibitori della proteina CETP (cholesteryl ester transfer protein), pur riuscendo ad aumentare significativamente i livelli plasmatici di HDL, non hanno prodotto una riduzione proporzionale degli eventi cardiovascolari. Questi risultati suggeriscono che il semplice aumento quantitativo dell’HDL non è di per sé sufficiente per conferire un beneficio clinico.

 

A ciò si aggiunge il fatto che in presenza di condizioni patologiche, come il diabete mellito o l'infiammazione cronica, l’HDL può perdere le sue proprietà protettive, diventando persino disfunzionale.

Un ulteriore elemento di complessità emerge dagli studi osservazionali più recenti, i quali hanno evidenziato una relazione non lineare tra i livelli di HDL e la mortalità. Alcune analisi hanno riportato un aumento del rischio di mortalità per livelli particolarmente elevati di HDL (superiori a 90–100 mg/dL), suggerendo la possibilità di un effetto “a U”, in cui sia valori molto bassi che molto alti si associano a un incremento del rischio.

Alla luce di queste evidenze, l'interpretazione clinica dei livelli di HDL deve essere prudente. Attualmente, le linee guida internazionali non raccomandano interventi specifici per aumentare l’HDL, concentrandosi invece sulla riduzione del colesterolo LDL, il principale target terapeutico nella prevenzione cardiovascolare. Il mantenimento di uno stile di vita sano, che comprenda attività fisica regolare, alimentazione equilibrata e astensione dal fumo, rimane il modo più efficace per migliorare il profilo lipidico complessivo, compreso l’HDL, quando necessario.

In conclusione, sebbene il colesterolo HDL mantenga una certa rilevanza come indicatore di rischio cardiovascolare, la sua interpretazione clinica richiede un approccio più sfumato, che consideri non solo il valore numerico ma anche il contesto metabolico del paziente e le più recenti evidenze scientifiche.


Lo studio scientifico

Una ricerca condotta nel 2018 dai ricercatori dell’università statunitense di Emory (Atlanta) ha evidenziato come livelli molto alti di colesterolo HDL siano al contrario associati ad un maggior rischio di eventi cardiovascolari letali.

Sebbene, come spiegato, le molecole di HDL siano considerate “buone” perché si “caricano” del colesterolo presente nelle cellule di organi e tessuti e, riportandolo al fegato, svolgono di fatto, il ruolo di “spazzine”, in realtà sembra che questo non significhi automaticamente che riducano il rischio di stenosi arteriosa da aterosclerosi o di formazione di emboli.

Durante lo studio condotto dai ricercatori americani su un campione di quasi 6mila soggetti tra i 60 e i 65 anni (di cui il 30% donne), divisi in gruppi in base ai loro livelli di colesterolo e monitorati per 4 anni, il 13% di loro è andato incontro ad un evento cardiaco o è deceduto a seguito di questo

Questa percentuale era per lo più costituita da persone che avevano livelli troppo bassi di colesterolo HDL (percentuali inferiori ai 40 mg/ml) o livelli ben oltre la media (oltre 60 mg/ml).

Quindi: se lo studio ha dimostrato che avere livelli di colesterolo HDL nella media è un fattore protettivo nei confronti di eventi cardiaci come ictus e infarti, lo stesso non si può affermare per livelli superiori ai 60 mg/dl. In questo caso il rischio appare aumentato del 50%.

Per concludere, tornando ai valori del colesterolo HDL, per essere a riparo dai rischi si consiglia, ad ambo i sessi, di mantenere i livelli tra un minimo di 35 mg/dl e un massimo di 59 mg/dl.
 

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Colesterolo LDL

Abbiamo visto che se l’HDL è il colesterolo trasportato via dalle cellule dalle lipoproteine ad alta densità, viceversa l’LDL è il colesterolo che dal fegato viene trasportato alle cellule del corpo formando un legame con le lipoproteine a bassa densità. Grandi quantità di queste molecole circolanti nel nostro sangue sono un possibile problema ma… attenzione, anche in questo caso, non cadiamo nei facili allarmismi.

Il colesterolo LDL non è, infatti, “cattivo” di suo. Vero è che può incrostare le arterie e restringerle fino a impedire il corretto afflusso di sangue ai nostri organi vitali – non solo cuore e cervello, ma anche polmoni e fegato – ma è anche vero che non tutto l’LDL circolante, anche qualora in eccesso, è ugualmente dannoso.  Non tutto l’LDL che produciamo ha un effetto infiammatorio, ma bisogna distinguere tra LDL ossidato e LDL “sano”. Che significa? Che quando le lipoproteine a bassa densità si legano al colesterolo e iniziano a circolare nei vasi per raggiungere le zone del corpo in cui ve ne è necessità, possono incontrare composti molecolari instabili – chiamati radicali liberi – sorta di sostanze di scarto del metabolismo cellulare, che aggregandosi alle lipoproteine LDL ne inducono un processo di stress ossidativo che di fatto le danneggia. A quel punto le molecole di LDL ossidate vanno a depositarsi lungo le pareti dei vasi sanguigni formando le placche aterosclerotiche.

In generale, a noi interessa mantenere un buon rapporto tra colesterolo HDL e colesterolo LDL, ma anche questo non basta. L’ideale sarebbe avere anche una bassa produzione di radicali liberi, condizione che ci protegge da tutti i rischi ossidativi possibili, incluso quello legato all’aterosclerosi. Una dieta ricca di antiossidanti – per lo più grassi vegetali, fibre, vitamine di cui sono ricche soprattutto frutta e verdura e omega 3 del pesce – ci protegge anche da una dieta un po’ sbilanciata in calorie totali.
Tornando al colesterolo LDL, quali sono i valori da non superare?

Per uomini e donne:
  • Valori ideali inferiori a 100 mg/dl di sangue;
  • Valori quasi ottimali tra tra 100 e 129 mg/dl;
  • Valori di rischio cardiovascolare lieve e moderato tra 130 e 159 mg/dl;
  • Valori di rischio cardiovascolare elevato: LDL superiore a 160 mg/dl.
Attenzione a livelli eccessivamente bassi di LDL, possono segnalare malattie metaboliche e disturbi intestinali con malassorbimento, malnutrizione e forme tumorali.
In linea di massima, però, dato che il problema più comune è quello di avere troppe lipoproteine LDL in circolo, in presenza di valori elevati è bene valutare con il proprio medico o, eventualmente, con il cardiologo, una terapia farmacologica.
In caso di ipercolesterolemia LDL lieve anche solo modificare lo stile di vita, dimagrire, fare più attività fisica e magari smettere di fumare sono altrettante “buone pratiche” in grado di invertire la tendenza.


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Trigliceridi

Buona parte dei grassi presenti nostro corpo vengono sintetizzati sotto forma di trigliceridi. Si tratta di molecole composte da tre tipologie di acidi grassi – saturi, insaturi o misti – e da glicerolo, un tipo di glucosio, e sono talmente importanti come fonte di energia che l’organismo umano ne fa scorta in parte desumendoli dall’alimentazione, in parte producendoli da solo.
Attenzione: sono i trigliceridi i lipidi che forniscono energia all’organismo, mentre il colesterolo assolve ad altre funzioni. Teniamo a mente anche questo.

Proprio come il colesterolo, però, anche i trigliceridi di origine alimentare – per lo più presenti nella carne, nei latticini, nei condimenti grassi ecc. – una volta arrivati nell’intestino, per poter essere trasportati nel sangue vengono coniugati a lipoproteine, in questo caso chiamate chilomicroni – grazie alle quali possono arrivare ai tessuti che necessitano di fonti energetiche per il presente, in particolare muscoli, fegato e cuore, o da immagazzinare per il futuro nelle cellule adipose. La quota di trigliceridi prodotta dal corpo, invece, è sintetizzata dal fegato e trasportata in circolo da altre lipoproteine a bassissima densità, in sigla VLDL (Very Low Density Lipoprotein).

In condizioni di salute la quantità di trigliceridi totale circolante nel sangue non genera problemi, ma quando tale concentrazione aumenta eccessivamente si presentano gli stessi rischi di una ipercolesterolemia, per tale ragione entrambi i valori si misurano in un unico test del sangue al fine di ottenere un profilo lipidico completo del paziente.

Ci sono molte ragioni per cui i nostri trigliceridi siano in eccesso: cause primarie legate alla familiarità e cause secondarie associate ad uno stile di vita sedentario, dieta ipercalorica a base di zuccheri e grassi saturi e carenza di fibre e antiossidanti, cattive abitudini quali fumo e consumo eccessivo di bevande alcoliche o il soffrire di patologie croniche come il diabete o le disfunzioni della tiroide. Anche lo stress può scombinare il nostro metabolismo e peggiorare il nostro profilo lipidico. Infine, un fattore da non sottovalutare che incide fortemente sui livelli di trigliceridi nel sangue sono i farmaci: ormoni steroidei (in particolare estrogeni, anche a scopo contraccettivo), diuretici, betabloccanti, retinoidi e farmaci antiretrovirali in particolare.

Vediamo dunque i valori di trigliceridi da non superare per evitare di mettere a rischio la nostra salute cardiovascolare: per uomini e donne da 40 a 170 mg/dl.


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Alipoproteina A-1 (Apo A-1)

A proposito del colesterolo HDL è opportuno sottolineare che la principale componente della lipoproteina che lo trasporta è la alipoproteina A-1 (Apo A-1). Parametro utile per comprendere il rapporto tra la concentrazione di colesterolo HDL e LDL perché comparabile alla sua omologa LDL, ovvero la alipoproteina B (Apo B) parte delle lipoproteine a bassa densità. La Apo A-1 che serve per trasportare colesterolo HDL e trigliceridi nel sangue, grazie a dei ricettori è in grado di legarsi alle cellule che contengono tali lipidi. 

In condizioni normali, i livelli di Alipoproteina A -1 nel sangue per uomini vanno da 110 a 190 mg/dl. Per le donne: da 115 a 220 mg/dl. 

Valori diversi da quelli segnalati possono avere diversi significati. 

Nello specifico, un aumento si può verificare a causa di un dimagrimento (in questo caso può essere un buon segno) oppure a seguito dell’assunzione di farmaci specifici per abbassare il colesterolo come le statine. Anche contraccettivi su base ormonale possono influire sui valori di questa lipoproteina aumentandoli. Un calo dei livelli di Apo A-1 nel sangue, invece, è attribuibile senza dubbio a cattive abitudini alimentari e al tabagismo, ma può anche essere conseguenza di problemi epatici o renali, diabete, assunzione di diuretici o farmaci beta-bloccanti.

Alipoproteina B (Apo B)

Il suo corrispettivo opposto: l’alipoproteina B (Apo B) a bassa densità LDL, serve per compiere il processo inverso, trasportando colesterolo e i trigliceridi nel sangue. Anche la Apo B-1 è in grado di legarsi alle sostanze presenti nelle cellule grazie ai suoi sensibili recettori. In particolare, i valori ideali di tali proteine nel sangue, per gli uomini vanno da 70 a 160 mg/dl; per le donne da 60 a 150 mg/dl.

Valori superiori si riscontrano in caso di diabete, disfunzioni della tiroide (nello specifico nell’ipotiroidismo), insufficienza epatica e renale, a seguito dell’assunzione di farmaci betabloccanti, diuretici o ormonali. Naturalmente la causa più comune è di tipo alimentare: troppi grassi e zuccheri possono sbilanciare la concentrazione delle lipoproteine circolanti. Anche lo stress incide in buona misura.
Valori inferiori sono invece sintomo di diete troppo povere di grassi o vegane, di anemia o malattie intestinali con malassorbimento, di patologie epatiche o di ipertiroidismo. Oppure possono dipendere dall’assunzione di alcuni farmaci come estrogeni e statine (usate appunto per abbassare il colesterolo nel sangue).

Colesterolo e indice di rischio cardiovascolare (IRC)

Abbiamo ampiamente visto come e quanto misurare i livelli lipidici nel sangue possa aiutarci, anzi, aiutare il nostro medico, a definire il nostro rischio cardiovascolare. Ma come si desume questo “valore”? Cosa e come ci dice quanto rischiamo davvero di subire un evento grave come un infarto o un ictus per “colpa” di un restringimento delle nostre vene o delle nostre arterie? E come facciamo a sapere se siamo aterosclerotici, se già le nostre coronarie (le due grosse arterie del cuore), sono “incrostate” di colesterolo ossidato e depositato in placche?

Ebbene, la risposta sta nell’IRC – indice di rischio cardiovascolare, parametro internazionale, che si basa sul rapporto tra il colesterolo totale e il colesterolo HDL.
L’IRC si ottiene dividendo il colesterolo totale e quello HDL. 

Esempio: in caso di colesterolo totale: 220 mg/dl e colesterolo HDL: 60 mg/dl, l’IRC sarà pari a 3,6, segnalando un rischio alquanto basso.

Ovviamente più sale l’indice, maggiori saranno i rischi per la nostra salute. In termini generali, la soglia da non superare è pari a 5 per gli uomini e a 4,5 per le donne.


Carta del rischio cardiovascolare

Oltre al “semplice” IRC, è possibile stilare una vera e propria “carta del rischio”, ben più accurata, che determina, con l’ausilio di un algoritmo, la probabilità di andare incontro a un evento cardiovascolare nei prossimi 10 anni. 

Un parametro che, pur non avendo valore predittivo può indicare la vulnerabilità ad un attacco di cuore o a un ictus in base a specifici parametri tra cui: età, genere, essere o meno fumatori, colesterolemia totale, colesterolo HDL, essere o meno diabetici, essere o meno sotto terapia antiipertensiva.
La carte del rischio può essere applicata a soggetti di età comprese tra i 35 e i 69 anni, escludendo le donne in gravidanza, purché non abbiano mai avuto precedenti eventi cardiaci e che non abbiano valori fuori standard (ad esempio una pressione troppo elevata o una colesterolemia totale superiore a 320 mg/dl). A seconda del punteggio ottenuto, e quindi dell’effettivo indice di rischio stimato, è opportuno adottare delle contromisure anche solo nello stile di vita e ripetere la misurazione dopo sei mesi/un anno. Per le persone a basso rischio (inferiore al 3%), basta un test ogni 5 anni.

Esami per il controllo del colesterolo: ecco come stare tranquilli

Il monitoraggio dei livelli di colesterolo nel sangue è fondamentale per la prevenzione delle malattie cardiovascolari. In soggetti adulti sani, privi di fattori di rischio, è raccomandato eseguire un profilo lipidico completo almeno ogni 4-6 anni, a partire dai 20 anni di età. 
Frequenza che deve essere aumentata, con controlli annuali o biennali, secondo il parere del medico curante, nei soggetti a maggior rischio, con elevato indice IRC, alta carta del rischio oppure con familiarità per malattie cardiovascolari, ipertensione, diabete, obesità, fumo o stile di vita sedentario. 

Nei bambini e adolescenti, il primo screening è raccomandato tra i 9 e gli 11 anni, con un successivo controllo tra i 17 e i 21 anni, salvo diversa indicazione in presenza di fattori di rischio genetici o metabolici. Una sorveglianza regolare consente di identificare precocemente alterazioni del profilo lipidico e di intervenire tempestivamente.

Colesterolo alto: le strategie per gestirlo

La gestione dell’ipercolesterolemia si basa innanzitutto su interventi non farmacologici, mirati alla modifica dello stile di vita. 
Sul piano nutrizionale, è consigliato ridurre l’assunzione di grassi saturi e trans, preferendo grassi insaturi provenienti da fonti vegetali (come olio d'oliva, frutta secca e avocado) e da pesce azzurro ricco di omega-3. È inoltre raccomandato aumentare il consumo di fibre solubili, presenti in frutta, verdura e cereali integrali, in grado di ridurre l’assorbimento intestinale del colesterolo. Si consiglia anche di limitare gli zuccheri.

L’attività fisica regolare, in particolare l’esercizio aerobico moderato (es. camminata veloce, nuoto, ciclismo) per almeno 150 minuti a settimana, contribuisce ad abbassare il colesterolo LDL e ad aumentare l’HDL. 
Infine, è essenziale smettere di fumare, poiché il fumo riduce l’HDL e favorisce l’aterosclerosi, e limitare il consumo di alcol, che può influenzare negativamente i trigliceridi e la pressione arteriosa. 
Questi cambiamenti, se mantenuti nel tempo, rappresentano la prima linea nella prevenzione dell’ipercolesterolemia.

I farmaci ipolipemizzanti

Quando le modifiche dello stile di vita non sono sufficienti a riportare i valori lipidici entro i limiti raccomandati, soprattutto nei soggetti ad alto rischio cardiovascolare, si ricorre ai farmaci ipolipemizzanti

Le statine rappresentano la classe terapeutica più utilizzata ed efficace nel ridurre il colesterolo LDL, grazie all’inibizione dell’enzima HMG-CoA reduttasi. 

Altri farmaci impiegati includono ezetimibe, che riduce l’assorbimento intestinale del colesterolo, fibrati, utili in presenza di ipertrigliceridemia, e gli inibitori di PCSK9, riservati a casi particolarmente gravi o geneticamente determinati. 

È fondamentale sottolineare che la terapia farmacologica deve essere prescritta e monitorata da un medico, previa valutazione del rischio cardiovascolare globale, dei valori ematici e della tollerabilità individuale. L’assunzione di farmaci non sostituisce ma integra gli interventi sullo stile di vita, che restano imprescindibili per una gestione efficace e sostenibile dell’ipercolesterolemia.




RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Domande e risposte

Un colesterolo poco sopra 200 mg/dl è troppo alto?

Le linee guida relative ai valori-soglia del colesterolo totale si sono abbassate nel tempo. Pertanto anche un valore di 220 mg/dl, che fino a poco tempo fa era considerato ancora nella norma, ora viene valutato come lievemente sopra la soglia ideale. Questo non significa che il rischio cardiovascolare con livelli di colesterolo totale (considerato che conta soprattutto il rapporto tra lipoproteine LDL e HDL) fino a 240 mg/dl sia elevato, ma solo moderato. Pertanto una persona giovane che abbia un colesterolo tra 200 e 220 mg/dl non è propriamente considerata a rischio, ma è opportuno che cerchi di innescare una inversione di tendenza con la dieta e l’attività fisica.

Il consumo di alcool ha effetti sul colesterolo?

Il consumo (eccessivo) di alcool produce effetti diversi sulla salute, e può anche modificare i livelli di colesterolo nel sangue, proprio come l’alimentazione. Consumare troppi drink alcolici aumenta sia la concentrazione di colesterolo che di trigliceridi circolanti, con un aumento del rischio cardiovascolare. Va detto che nelle donne bastano quantità di alcool inferiori della metà rispetto ad un uomo per avere già delle conseguenze negative.

Il cibo che si consuma prima del test del sangue per il colesterolo incide sul risultato?

Sì, può blandamente incidere, ma solo se nei pasti che precedono il prelievo di sangue per il test – che si effettua a digiuno di almeno 8 ore – si esagera con il consumo di cibi grassi e calorici, come accade quando ci si abbuffa di cibo spazzatura. In genere si consiglia di seguire la propria dieta solita prima di sottoporsi a questo esame, proprio perché risulti attendibile. Pertanto anche cercare di correggere il tiro consumando il giorno prima del prelievo solo verdure o alimenti sconditi non avrebbe esiti importanti sul referto.

Qual è il livello di trigliceridi pericoloso?

La concentrazione ideale di questi grassi nel sangue è inferiore ai 150 mg/dl. Il grado di rischio aumenta in proporzione. Questa la tabella con gli indici di riferimento:
  • Tra 150 e 199 mg/dl rischio lieve;
  • Tra 200 e 499 mg/dl rischio medio;
  • Oltre 500 mg/dl rischio elevato.

Cosa significa avere i trigliceridi alti?

I trigliceridi sono un tipo di grasso circolante nel sangue, proprio come il colesterolo, solo che i primi servono al corpo per produrre energia. Tuttavia, livelli eccessivi di trigliceridi aumentano il rischio di eventi cardiovascolari come infarti, embolie e ictus e rappresentano un segnale di allarme per la sindrome metabolica. Quest’ultima è una condizione prepatologica, che deriva da una combinazione di fattori negativi, tra cui pressione alta, trigliceridi alti nel sangue e colesterolo LDL elevato, glicemia alta e sovrappeso. La sindrome metabolica può sfociare in malattie cardiovascolari e diabete.

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