Medicina nucleare: intervista all'Istituto di Candiolo

Medicina nucleare: intervista all'Istituto di Candiolo

Medicina nucleare: cos’è, quali sono i campi d’azione e le nuove frontiere

Intervista a Manuela Racca – responsabile F.F. Medicina nucleare IRCSS Candiolo

L’utilizzo delle radiazioni in Medicina è nato con la scoperta, avvenuta alla fine del 1800, dei raggi X ad opera del fisico tedesco Wilhelm Konrad Roentgen. Fu poi Maria Sklodowska Curie a definire il concetto di radioattività, agli inizi del ‘900.

In quegli anni ebbe inizio lo sviluppo di nuove branche delle scienze mediche, che hanno acquisito uno spazio sempre più ampio e centrale nella diagnosi e nella cura di molte malattie.

Ma cos’è la Medicina Nucleare, in cosa si differenzia dalla Radiologia e per quali scopi vengono usati esami come la PET (Tomografia a emissione di positroni) o la SPECT (Tomografia a emissione di fotone singolo)? Lo abbiamo chiesto a Manuela Racca, Responsabile F.F. Medicina Nucleare IRCCS Candiolo.

Medicina Nucleare - Istituto di Candiolo: prenota la visita
Immagine che rappresenta Manuela Racca, responsabile medicina nucleare Candiolo


Dottoressa Racca, di cosa si occupa la Medicina Nucleare?

La Medicina Nucleare è una branca specialistica della Medicina che si avvale dell’utilizzo di sostanze radioattive a scopo diagnostico e terapeutico. Al contrario di quanto accade nelle comuni indagini radiologiche, dove l’apparecchiatura genera i raggi che attraversano il paziente creando delle immagini, nella Medicina Nucleare è il paziente a diventare la vera fonte di raggi, che vengono poi rilevati dall’apparecchiatura. Possiamo rendere radioattivo il paziente somministrando per via generalmente endovenosa, un radiofarmaco, cioè una sostanza legata ad un elemento radioattivo. In questo modo rendiamo “visibile” la distribuzione di quella particolare molecola all’interno del corpo, ottenendo una sorta di mappa colorata in cui le aree più colorate corrispondono alle parti malate, quelle in cui la sostanza iniettata si accumula in quantità eccessiva [PET per diagnosi/stadiazione neoplasie, ndr]. Un esempio classico è quello della PET/CT in cui somministriamo zucchero (glucosio), che rendiamo radioattivo legandolo al Fluoro-18 (fluorodesossiglucosio, 18F-FDG). Sappiamo infatti che la maggior parte dei tumori è estremamente avida di zucchero: attraverso lo studio delle aree in cui questa sostanza si concentra, possiamo comprendere come la malattia si distribuisce nel corpo. Questo tipo di PET/CT è uno degli strumenti diagnostici più utilizzati in ambito oncologico. Per i tumori che non sono ghiotti di zucchero, dobbiamo identificare un’altra sostanza che le cellule tumorali consumano con avidità. Le cellule del tumore della prostata, ad esempio, consumano molti grassi, che utilizzano per costruirsi le membrane cellulari. In questo caso, al posto del glucosio usiamo la colina (fluorocolina, 18F-FCH) [PET – colina per tumori prostatici, ndr]. 


La Medicina Nucleare sta vivendo una transizione importante, da puro strumento diagnostico a soluzione terapeutica per alcune patologie oncologiche: si parla cioè di teragnostica. Di cosa si tratta?

Teragnostica è un termine molto interessante, che racchiude in sé i concetti di terapia e diagnosi. Questa disciplina trova la sua massima espressione nella Medicina Nucleare e, in particolare, nella terapia con radioligandi, cioè sostanze che sono composte da due elementi coniugati:
  1. L’elemento radioattivo;
  2. Un ligando (una molecola che può essere chiamata anche carrier o vettore), che è in grado di riconoscere le cellule tumorali e si lega ad esse tramite recettori specifici che sono presenti sulle membrane.
Esiste un’immagine abbastanza efficace per descrivere questo processo, che io utilizzo spesso: dobbiamo pensare al radioligando come ad una specie di chiave, che si adatta in modo specifico ad una serratura (il recettore) presente sulla superficie delle cellule tumorali. Una volta che somministriamo il ligando, esso va alla ricerca delle cellule tumorali e vi si lega stabilmente, ovunque siano all’interno del corpo. A seconda dell’elemento radioattivo che lego ad esso, possiamo ottenere un radioligando diagnostico oppure un radioligando terapeutico.
Con il primo, effettuiamo una mappatura precisa dell’espressione recettoriale del tumore con tutte le sedi di malattia eseguendo un esame PET/CT.
Con il secondo, ottenuto unendo il ligando ed un elemento radioattivo (il vero responsabile dell’azione terapeutica), eliminiamo le cellule tumorali. Il radioligando attacca e distrugge il tumore emettendo particelle ad elevata energia (elettroni) che viene depositata in uno spazio molto piccolo, del diametro di un centimetro circa: il tumore viene quindi colpito in maniera molto selettiva, risparmiando i tessuti sani. Quella della radioterapia interna è una caratteristica esclusiva della Medicina Nucleare che si distingue dalla radioterapia esterna convenzionale praticata dai colleghi Radioterapisti. Un altro aspetto importante del percorso teragnostico è rappresentato dal fatto che può essere completato da un imaging eseguito durante il trattamento: il radioligando ci permette anche di ricavare delle immagini della distribuzione effettiva della sostanza somministrata all’interno delle metastasi. Citando un collega, possiamo dire che la Teragnostica ci dà la possibilità di curare quello che vediamo e di vedere quello che stiamo curando. Questa è una caratteristica esclusiva della Medicina Nucleare, della quale sono molto orgogliosa.


Cos’è la terapia con radioligandi, per quali malattie è indicata e in che modo aumenta la personalizzazione della cura?

Nella pratica clinica, possiamo attualmente somministrare questo tipo di terapia in due ambiti:
  1. il primo è quello dei pazienti affetti da tumori neuroendocrini del tratto gastroenterico e del pancreas;
  2. il secondo quello dei pazienti con tumore prostatico metastatico.
La terapia con radioligandi offre una cura che rientra nell’ambito della Medicina di Precisione: a differenza del trattamento chemioterapico convenzionale, che agisce anche sulle cellule sane, il radioligando mira al bersaglio, che è rappresentato quasi esclusivamente dalle cellule tumorali. Si tratta, quindi, di un trattamento estremamente preciso.


Quali sono le reazioni avverse associate alle procedure di Medicina Nucleare e quanto è aumentata la loro sicurezza nel tempo?

Per quanto riguarda le procedure diagnostiche, la Medicina Nucleare si distingue dai comuni esami radiologici in primo luogo perché il radiofarmaco non è un mezzo di contrasto, anche se spesso viene percepito come tale. Si tratta infatti di una sostanza del tutto innocua, che entra a far parte dei processi metabolici che già avvengono nel nostro organismo e viene smaltita senza causare alcun effetto collaterale né rischi di allergie. Credo che ciò che spaventa maggiormente il paziente sia proprio il termine nucleare: il concetto di radioattività intimorisce e fa pensare a qualcosa di dannoso. In realtà, dobbiamo sottolineare che un esame PET/CT in realtà non espone a una dose di radiazioni superiore rispetto, ad esempio, ad una TC completa. Anzi, le dirò di più: l’esposizione è leggermente inferiore. Quindi, se l’esame viene correttamente selezionato ed è indicato, il beneficio di ottenere una diagnosi corretta supera il rischio derivante dall’esposizione a radiazioni ionizzanti, che, come ripeto, è abbastanza contenuto. Per quanto riguarda l’ambito terapeutico, le procedure medico-nucleari sono estremamente selettive e mirate al bersaglio e, di conseguenza, ben tollerate dai pazienti. I dati scientifici lo confermano: la terapia con radioligandi non solo allunga la sopravvivenza libera da malattia, ma soprattutto migliora la qualità di vita dei pazienti. Pensiamo ad una tipologia di paziente paradigmatica per questo tipo di trattamento, la persona affetta da tumore neuroendocrino che produce un eccesso di ormoni causando sintomi molto impattanti. In questi casi, la terapia con radioligandi permette molto spesso di risolvere i sintomi o comunque di migliorarli significativamente. Purtroppo, non possiamo trattare tutti i pazienti, in primis perché non tutti i tumori esprimono elevate quantità di recettori e in secondo luogo perché si tratta di terapie che vengono effettuate in seconda, terza o quarta linea, cioè quando la malattia è già piuttosto avanzata ed è già stata trattata con altre terapie che non si sono mostrate efficaci. Sono in corso alcune sperimentazioni per valutare la possibilità di anticipare la linea di trattamento e devo dire che i risultati preliminari sono molto incoraggianti: sentiremo parlare sempre di più, nel prossimo futuro, di terapie con radioligandi. Per rispondere alla sua seconda domanda, posso dirle che la Medicina Nucleare gode oggi del vantaggio di un’evoluzione tecnologica importante. Le apparecchiature che noi utilizziamo per fare l’imaging sono sempre più avanzate e ci permettono di abbassare sempre di più le dosi somministrate.


In ambiti così sofisticati nei quali ci si avvale di dispositivi all’avanguardia, come lei stessa sottolineava, è necessario un continuo aggiornamento: quanto tempo dedica alla sua formazione?

Direi una buona parte del mio tempo, anche se non tanto quanto vorrei, perché c’è veramente tanto da imparare. Ciò che ci fa tenere il passo con questa rapida evoluzione della nostra disciplina è rappresentato dalla lettura degli articoli scientifici (io leggo quotidianamente ciò che scrivono i colleghi e a volte siamo noi stessi a pubblicare) e la partecipazione ai congressi nazionali e internazionali durante i quali ci confrontiamo con i colleghi provenienti da altri Paesi, con i gruppi che portano avanti sperimentazioni. Infine, un’importante fonte di aggiornamento è rappresentata dall’interazione con i colleghi specialisti in altre discipline, in particolare Oncologi, nell’ambito dei gruppi di studio multidisciplinari. Tutte queste modalità di aggiornamento ci consentono di restare al passo con la rapidissima evoluzione di questa disciplina meravigliosa.

Istituto di Candiolo: scopri le specializzazioni

Le informazioni presenti in Micuro hanno scopo divulgativo e informativo. Non costituiscono in alcun modo un mezzo di autodiagnosi e automedicazione. Per qualsiasi dubbio sull'uso di un farmaco, rivolgersi al proprio medico.

La riproduzione o l’utilizzazione dei contenuti pubblicati su Micuro è strettamente riservata. Il riutilizzo del materiale su riviste, giornali, radiodiffusione o generica messa a disposizione al pubblico viene concesso solo previa esplicita richiesta e autorizzazione obbligatoria.