Indice
Influenza aviaria: cos'è?
L’
influenza aviaria è una
malattia respiratoria infettiva rara di
origine virale. Identificata in Italia per la prima volta più di un secolo fa, è una patologia
altamente contagiosa degli uccelli causata da almeno 15 sottotipi di virus influenzali che attaccano questi animali.
La capacità
diffusiva di questo virus, che ha manifestato un
potenziale pandemico, ha spinto i Governi a dotarsi di piani di preparazione contenenti misure di sicurezza da adottare in caso di disseminazione a livello globale.
Le ricadute sul piano economico dei focolai sin qui registrati sono state notevoli: la circolazione del virus ha obbligato all’
abbattimento di circa 150 milioni di volatili.
A causa dei rischi citati sopra, l’influenza aviaria è soggetta a
obbligo di notifica, nel caso in cui colpisca un animale e, a maggior ragione, nel caso in cui ad essere infettato sia l’uomo.
Consulta i centri di riferimento per la Malattia Rara - influenza aviaria:
Centri di riferimento per influenza aviaria
La causa dell'influenza aviaria
Il virus responsabile dell’influenza aviaria è un
virus di tipo influenzale, appartenente alla famiglia degli
Orthomyxovirus, che comprende
virus a RNA.
Questa famiglia è costituita da
4 tipi di virus: A e B sono i sottotipi responsabili dell’
influenza stagionale; C è di scarsa rilevanza clinica; D è un sottotipo che non è dimostrato possa infettare l’uomo.
Gli elementi appartenenti al tipo A vengono ulteriormente classificati in base alle proteine presenti sulla superficie esterna (antigeni di superficie):
- Emoagglutinine (H): ad oggi ne sono stati identificati 16 sottotipi;
- Neuroaminidasi (N): ne esistono 9 sottotipi.
Gli
antigeni di superficie sono importanti, perché è contro di essi che si scatena la
risposta anticorpale.
I virus dell’influenza di tipo A sono noti per l’instabilità genetica, che li porta a mutare con frequenza piuttosto elevata: questo fenomeno viene definito deriva genetica. Un ulteriore fattore di preoccupazione è rappresentato dalla possibilità di
riassortimento genico del virus (shift genetico). Lo shift genetico è fra i fattori che portano il virus dell’influenza aviaria ad acquisire patogenicità superiore.
L’attività di sorveglianza sull’influenza aviaria consiste soprattutto nel monitoraggio di queste variazioni.
Le continue modificazioni di questo virus spiegano anche l’inefficacia talora associata alla
vaccinazione. Se un individuo è stato vaccinato nei confronti di un determinato sottotipo e questo va incontro a deriva o
shift genetico e continua a circolare nella stessa area, lo stesso soggetto può comunque esserne nuovamente infettato.
I virus responsabili dell’influenza aviaria contagiano praticamente tutti i volatili. La riserva naturale sembra essere rappresentata dalle
anatre selvatiche, che non si ammalano (o, in qualche caso sviluppano la malattia in forma molto lieve) e possono disseminare il virus contagiando animali da allevamento (come polli e tacchini). La contaminazione avviene principalmente tramite le
feci di questi animali, che vengono rilasciate in volo e che contengono il virus. La presenza di escrementi infetti nel territorio consente la diffusione dell’infezione.
Il pollo affetto da influenza aviaria può avere sintomatologia molto lieve (nella forma a bassa patogenicità) oppure evidente (come accade nella forma ad elevata patogenicità). In generale, si può avere un calo della produzione delle uova, che sono totalmente prive di guscio oppure ne hanno uno molto sottile. Altre manifestazioni presenti nell’animale malato sono:
tumefazioni alla testa e
letargia. La letalità di questo virus nell’animale è piuttosto elevata.
Il virus dell’influenza aviaria sembra essersi diffuso a causa della vendita di pollame infetto vivo nei Paesi asiatici.
Dei vari sottotipi del virus influenzale, H5N1 è quello che ha effettuato una serie di salti di specie, arrivando a contagiare anche maiali, gatti, topi e mammiferi marini (come le balene). Il problema di salute pubblica costituito da H5N1 è amplificato dal contagio umano, anch’esso obiettivo raggiunto da H5N1.
La trasmissione del virus e il rischio del salto di specie
Generalmente la trasmissione del virus fra i volatili avviene attraverso il
contatto con le feci infette. Le anatre infette eliminano il virus con le feci: volando, disseminano materiale infetto, che può venire in contatto con uccelli sani e infettarli.
Il virus dell’influenza aviaria può essere poi trasmesso da azienda ad azienda, tramite i mezzi meccanici, gli attrezzi, i mangimi, le gabbie e gli indumenti degli operatori.
Ma l’aspetto più rilevante riguarda il fatto che l’influenza aviaria è una zoonosi, ossia una malattia trasmissibile dall’animale all’uomo. Nonostante questo virus appartenga alla stessa famiglia di quello dell’influenza umana, è raro che i virus dei volatili infettino gli umani. Questo si verifica in circostanze particolari, nei quali il contatto fra uomini ed animali è stretto.
Dopo la notifica dei primi casi di infezione umana, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha allertato i singoli Governi a prendere provvedimenti al fine di proteggere la popolazione dal rischio di epidemia.
Malgrado siano documentati numerosi casi di infezione trasmessa dall’animale all’uomo (molti dei quali letali), non sono stati dimostrati casi di contagio da persona a persona.
L’infezione umana si è realizzata a seguito del contatto diretto dell’uomo:
- Con esemplari morti di influenza aviaria o ammalati;
- Con superfici o materiali contaminati da escreti e secreti infetti (ad esempio le feci);
- Attraverso le mucose (orali, oculari, nasali) con aerosol infetto (per dispersione di feci di volatile morto della malattia nell’ambiente);
- Anche il consumo di carni o uova infette poco cotte può esporre al rischio di contrarre la malattia: il calore uccide il virus e, pertanto, non sussiste alcun rischio nel mangiare carne o uova adeguatamente cotte. Lavarsi le mani dopo avere maneggiato carne e uova è una forma di prevenzione dalle infezioni di tipo influenzale ma anche da altri germi che possono contaminare gli alimenti.
La maggior parte dei casi umani si è verificata nelle zone rurali o nelle periferie urbane nei cui spazi all’aperto vivono animali d’allevamento, che entrano anche nelle case, vivendo a stretto contatto con le persone. In assenza di controlli ed accertamenti sulle condizioni dell’animale, può accadere che i polli destinati all’alimentazione vengano abbattuti anche se malati, magari con sintomi minori o impercettibili.
La fase di uccisione, spiumamento e preparazione dell’animale sembra essere quella in cui avviene il contagio.
Dei pochi sottotipi virali che hanno infettato l’uomo,
H5N1 è quello che ha causato più ammalati (circa 120): più della metà delle persone con infezione causata da H5N1 sono morte.
Per quanto riguarda la popolazione, il rischio di infezione è praticamente nullo. Il pericolo riguarda gli operatori professionali del settore, limitatamente alle aree nelle quali c’è circolazione virale. Pertanto, coloro che lavorano a contatto con il pollame devono utilizzare tutte le procedure di sicurezza individuali previste.
I primi casi umani di influenza aviaria sono stati registrati nel 1997 a Hong Kong. Il sottotipo responsabile fu H5N1; l’epidemia provocò 18 malati, 6 dei quali morirono.
La sintomatologia è simile a quella dell’influenza stagionale, ma di intensità molto maggiore, con
sintomi respiratori gravi ed un tasso di mortalità relativamente elevato.
Per contenere la diffusione della malattia all’uomo, è stato disposto l’abbattimento intere popolazioni uccelli
Sempre a Hong Kong, nel primo periodo del 2003, si è registrata una seconda ondata del virus, responsabile stavolta di due casi di malattia umana e di un morto. Entrambe le persone malate rientravano da un viaggio in
Cina.
Dal dicembre 2003 al 2005 alcuni focolai si svilupparono in
Cambogia, Indonesia, Thailandia e Vietnam, causando un totale di 118 casi, di cui 6 mortali.
Fra il 2003 ed il 2004, si verificarono nuove infezioni da H5N1.
In Europa, in particolare, l’
Olanda fu teatro nello stesso anno di un’epidemia causata da H7N7, con casi di infezione umana che portarono alla morte di un veterinario.
Nel 2013 un vasto focolaio di virus H7N9 in Cina ha colpito gli esseri umani. Un terzo dei casi è stato letale, in particolare negli anziani. Una seconda ondata si è verificata nel 2016-2017, con oltre 1.500 persone contagiate in tutto il mondo.
Dal 2014 le 24 infezioni umane causate da H5N6 si sono verificate tutte in Cina.
In Italia, dal 1997 in poi, diversi focolai di influenza aviaria a bassa patogenicità hanno provocato notevoli danni al comparto avicolo. L’unica grave epidemia italiana da H7N1 ad alta patogenicità si è verificata nel 1999-2000.
I sintomi dell’influenza aviaria
I sintomi dell’influenza aviaria sono gli stessi dell’influenza stagionale, ma tendono ad essere più intensi e la malattia più letale. Compaiono generalmente da 2 a 7 giorni dopo l’esposizione. Le manifestazioni più comuni sono:
Meno frequenti la
congiuntivite (infiammazione della membrana che ricopre l’occhio che si manifesta con fastidio, prurito, bruciore ed arrossamento oculare), le
infezioni a carico dell’
apparato respiratorio (
bronchiti,
polmoniti) e l’
encefalite (infiammazione dell’encefalo).
La diagnosi dell’influenza aviaria
Ogni persona che accidentalmente viene esposta al rischio di contagio deve essere controllata. L’esame impiegato per la diagnosi di questa patologia è il
tampone nasale o
faringeo. Nei pazienti affetti da malattie delle basse vie respiratorie si possono effettuare
analisi su campioni di escreato bronchiale o liquido di lavaggio bronco-alveolare.
Influenza aviaria: la forma ad alta patogenicità
L’influenza aviaria può manifestarsi nella forma
HPAI (High Pathogenic Avian Influenza), ad elevata patogenicità. In questi casi, la malattia ha esordio improvviso e porta a morte rapida (entro 48 ore) nel 100% dei casi circa. Si tratta di una forma
devastante per il pollame.
Il virus responsabile appartiene generalmente ai sottotipi H5 e H7.
Influenza aviaria: la forma a bassa patogenicità
La forma più lieve dell’influenza aviaria è definita con l’acronimo
LPAI (Low Pathogenic Avian Influenza) ed è provocata dal sottotipo H9. Si tratta di una forma clinica molto meno evidente, causa di un quadro sintomatologico aspecifico. Nell’animale i sintomi sono leggeri: piume arruffate, calo nella produzione di uova. In qualche circostanza, la sintomatologia passa addirittura inosservata.
Questa variante, che indurrebbe alla rassicurazione, è in realtà comunque preoccupante, perché il virus a bassa patogenicità
può mutare e trasformarsi in virus ad alta patogenicità. È quanto accaduto per l’epidemia statunitense del 1983-84 dovuta al virus H5N2. All’inizio forma lieve, nei 6 mesi successivi la malattia acquisì alta patogenicità e una
mortalità vicina al 90%, portando all’abbattimento di 17 milioni di volatili.
Il trattamento dell'influenza aviaria
Per il trattamento dell’influenza aviaria si impiegano gli
stessi medicinali dell’influenza umana. Si tratta di farmaci che riducono la gravità e la durata dell’influenza, ma che devono essere somministrati entro 48 dall’esordio dei primi sintomi.
Nel caso dell’influenza aviaria, questi farmaci possono aumentare la sopravvivenza solo se somministrati molto precocemente.
Si usano gli inibitori della neuroaminidasi, uno degli antigeni di superficie del virus:
oseltamivir,
zanamivir e
amantadina. Quest’ultima può generare forme di resistenza, in particolare nei confronti dei sottotipi H7N9 e H5N1.
Anche il baloxavir ha mostrato attività in vitro contro vari sottotipi virali aviari, senza tuttavia produrre dati clinici consistenti.
I pazienti contagiati da volatili vengono posti in
isolamento, per contenere la diffusione del contagio.
La vaccinazione da virus dell’influenza umana stagionale non è efficace contro il virus dell’influenza aviaria, ma permette di abbattere il rischio di sviluppare un’infezione congiunta, che potrebbe portare ad una ricombinazione dei due virus. Questa è una delle condizioni che possono fornire al virus la capacità di compiere il salto di specie attribuendogli così un potenziale pandemico.
L'epidemia italiana
L’epidemia italiana di influenza aviaria si è diffusa
fra la fine del 2016 ed il 2018. Si è trattato di una forma ad elevata patogenicità dovuta al sottotipo H5, che ha provocato la genesi di 83 focolai nel pollame domestico.
L’emergenza ha portato all’
implementazione di un Piano di Sorveglianza per l’Influenza Aviaria, che stabilisce il livello di rischio sulla base delle caratteristiche degli allevamenti. Esiste anche un piano attivo in Italia di campionamento di allevamenti di polli, tacchini, selvaggina (fra cui quaglie, starne, fagiani…), faraone, oche ed anatre.
Questo piano prevede anche la sorveglianza degli uccelli selvatici.
In caso di sospetto nei confronti di un animale, il veterinario ufficiale deve avvisare il servizio veterinario regionale e l’Istituto Sperimentale Zooprofilattico (ISZ) competente per territorio. Devono inoltre essere applicate le idonee misure di contenimento, il blocco delle movimentazioni da e per l’azienda ed essere parallelamente eseguite le indagini epidemiologiche opportune ed ulteriori controlli per confermare o escludere l’infezione.
Se il caso viene confermato, tutti i volatili presenti nella zona del focolaio ed attorno ad essa devono essere abbattuti.