Salute dell’apparato digerente: intervista al dott. Enzo Masci

Salute dell’apparato digerente: intervista al dott. Enzo Masci

Salute dell’apparato digerente: come mantenerla e quali sono le malattie più frequenti

Intervista a Enzo Masci, gastroenterologo presso il CDI di Milano

Il 29 maggio si celebrerà la Giornata Mondiale della salute dell’apparato digerente. Un appuntamento annuale per fare il punto della situazione sulle malattie che più spesso colpiscono questo ambito e su tutti i sistemi di prevenzione che la comunità scientifica ha individuato come efficaci.
Ne abbiamo parlato con Enzo Masci, gastroenterologo presso il CDI di Milano.

Visita gastroenterologica - CDI Bionics Navigli di Milano: prenota la visita

Immagine che rappresenta il dottor Masci del CDI

Dottor Masci, quali sono le patologie più diffuse che colpiscono l’apparato digerente?

Le malattie che più di frequente colpiscono l’apparato digerente sono numerose. Fra le più diffuse, cito il reflusso gastroesofageo, che talvolta può provocare dolori retrosternali che mimano quelli di origine cardiaca che allarmano il paziente, ma anche manifestazioni faringee e laringee che richiedono una terapia complessa. 
L’incidenza delle ulcere dello stomaco e del duodeno è invece significativamente inferiore rispetto al passato, grazie alla scoperta della correlazione con l’infezione da Helicobacter pylori. Ciò ha anche consentito una riduzione della frequenza dei casi di evoluzione verso gastriti croniche e tumore dello stomaco. 

Purtroppo, rimanendo in ambito oncologico, dobbiamo sottolineare che il carcinoma del pancreas è in rapido aumento e, poiché non sono ad oggi disponibili terapie efficaci, la sopravvivenza dei pazienti rimane limitata nel tempo. 

Per quanto riguarda il grande intestino, le malattie infiammatorie intestinali hanno un’incidenza relativamente limitata, ma comportano aspetti clinici talora impattanti. In generale, tuttavia, i farmaci biologici innovativi hanno cambiato la storia di queste patologie, riducendo significativamente il ricorso alla chirurgia e migliorando la qualità di vita dei pazienti. Il tumore del colon è la neoplasia che riusciamo a gestire meglio in termini di screening. L’introduzione delle campagne di prevenzione e diagnosi precoce ha portato ad un netto miglioramento dei dati inerenti questa patologia e potrebbe consentire, entro qualche decennio, la scomparsa di questo tumore. 

Fra le malattie dell’apparato digerente che hanno subito un’evoluzione negli ultimi anni, anche le epatiti virali, il cui scenario è stato sovvertito dalla diffusione delle vaccinazioni e dalla disponibilità di antivirali specifici, che permettono la guarigione delle epatiti croniche in oltre il 90% dei casi. Anche in questo caso, la comunità scientifica è fiduciosa sulla possibilità che si vada verso la scomparsa della malattia e, con essa, di tutte le conseguenze correlate, dalla cirrosi epatica al tumore del fegato, la cui incidenza ci si aspetta in netta diminuzione.


Negli ultimi anni, grazie agli avanzamenti della ricerca, il microbiota ha assunto un ruolo centrale nella comprensione di alcuni fenomeni che riguardano la fisiologia e la patologia del sistema digerente: come potremo sfruttare in futuro queste conoscenze per migliorare la cura delle malattie di stomaco e intestino?

Grazie alla possibilità del sequenziamento genetico, che ne rende possibile lo studio in maniera più sofisticata e rapida rispetto al passato, il microbiota è al centro di numerose ricerche, che ne hanno messo in luce il ruolo nell’ambito dell’apparato digerente, in relazione all’assorbimento dei nutrienti e alla sintesi vitaminica (in particolare delle vitamine del gruppo B). A margine di ciò, questi approfondimenti hanno altresì permesso di verificare le correlazioni del microbiota con alcune patologie dell’apparato digerente, fra cui le malattie infiammatorie (Crohn e colite ulcerosa) e alcune patologie immunitarie che coinvolgono anche altri organi. Siamo riusciti a comprendere meglio i rapporti fra il microbiota ed il
sistema immunitario: ad esempio, abbiamo capito che un microbiota in salute migliora le performance del sistema immunitario. Ma il campo di osservazione si è progressivamente ampliato e ha permesso di cogliere le associazioni fra la popolazione microbica che vive nel nostro intestino e alcune malattie cardiache e neurologiche che in passato non erano mai state poste in relazione con essa. Tutto ciò ci ha reso chiara l’importanza che il microbiota fin dalla nascita e dai primi mesi di vita sia mantenuto in salute, attraverso una dieta corretta (ricca di vegetali e povera di grassi) e l’adozione di stili di vita equilibrati, al fine di prevenire le alterazioni nella sua composizione, le cosiddette disbiosi. Quando queste si verificano, abbiamo diverse possibilità di intervento: il trattamento più radicale, destinato alle patologie più severe, è rappresentato dal trapianto di microbiota, mentre quello più praticato e diffuso è la somministrazione di probiotici. Tuttavia, dobbiamo ricordare che questi interventi terapeutici hanno una rilevanza minore rispetto alla corretta alimentazione e un corretto stile di vita.


Se i dati indicano un generale miglioramento dei tassi di guarigione e sopravvivenza dei tumori del tratto gastroenterico, dall’altro lato tuttavia segnalano anche un aumento dei casi nella popolazione giovane: a cosa è legato questo fenomeno?

Il miglioramento cui lei accenna è legato prevalentemente all’evoluzione delle metodiche di chemioterapia e, ancor di più, all’introduzione dell’immunoterapia, che per alcuni tipi di tumore ha inciso significativamente sui tassi di guarigione e di sopravvivenza. Per quanto riguarda il rischio, specialmente nel carcinoma del colon, di riduzione dell’età media di insorgenza, esso è stato evidenziato in alcuni Paesi. In Europa, tale tendenza non sembrerebbe essersi, ad oggi, manifestata: per tale ragione, l’età prevista per gli screening non è stata modificata. In Italia, la situazione è ancora migliore rispetto agli altri Paesi occidentali. Ciò potrebbe essere legato alla diffusione della dieta mediterranea, dal momento che un’alimentazione scorretta e condizioni di alterazione metabolica sono alla base anche dell’aumento del rischio di questo tipo di neoplasia. Questi sono i principali fattori attualmente noti e che ci permettono di individuare strategie preventive di tipo comportamentale. Ma non dimentichiamo che l’obesità rischia di diventare anche nel nostro Paese un grosso problema, anche e soprattutto quella adolescenziale, e che tale patologia è fortemente correlata allo sviluppo del tumore del colon. Dobbiamo pertanto indirizzare gli sforzi verso la prevenzione di tutte le condizioni di alterazione metabolica che possono aumentare il rischio di cancro nella popolazione giovane.


Il potenziamento dei programmi di screening, tenuto conto dei parametri di costo/efficacia, potrebbe contribuire in generale a migliorare la situazione?

Sicuramente. Gli screening, sia per i tumori che per le malattie cardiovascolari (due ambiti della patologia che determinano un’elevata mortalità nella popolazione), rappresentano il percorso da seguire, fino ad oggi non sufficientemente finanziato. In particolare, per quanto riguarda il tumore del colon, disponiamo di un’opportunità unica: quella di poter individuare, attraverso la ricerca del sangue occulto nelle feci o con la colonscopia, alcune condizioni precancerose, i polipi dell’intestino. I polipi possono essere diagnosticati e rimossi durante la colonscopia, riducendo significativamente il rischio di evoluzione maligna. Questo significa che, se l’intera popolazione interessata si sottoponesse agli screening previsti, l’incidenza del cancro del colon crollerebbe, con grandi benefici sia per i pazienti che per i costi a carico dello Stato. Quello relativo al carcinoma del colon è un esempio di screening efficace, ma su cui probabilmente la popolazione non è stata sufficientemente informata. Ciò che colpisce è, ad esempio, che in Lombardia, una delle Regioni in cui l’iniziativa è stata introdotta per prima oltre 20 anni fa, l’adesione alla ricerca del sangue occulto rimane molto bassa: gli ultimi dati parlano di numeri intorno al 40-45%. Un contesto molto diverso rispetto a quello del tumore della mammella, il cui screening ha un’adesione che arriva al 70% e oltre. Ritengo che, da questo punto di vista, si debba investire non solo negli screening tout court ma anche nei progetti di sensibilizzazione della popolazione.


I dati provenienti dall’analisi del consumo di farmaci ci dicono che nei posti più alti delle classifiche sono presenti gli inibitori della pompa protonica, farmaci usati per il trattamento del reflusso gastroeseofageo: li prendiamo davvero troppo? Quando si dovrebbero assumere e quando no?

L’estremo successo degli inibitori di pompa protonica è dovuto certamente alla loro elevata efficacia nella prevenzione dei sintomi esofagei e gastrici e delle manifestazioni provocate dall’assunzione di terapie gastrolesive. Questo, come sempre accade quando si ha a disposizione uno strumento che funziona bene, porta anche al rischio di un uso eccessivo che, nel tempo, ne può far emergere gli effetti collaterali. Si tratta infatti di ottimi farmaci, ma che possono essere correlati al rischio di reazioni avverse, come tutti i medicinali, soprattutto nel lungo termine. Nella malattia da reflusso, quando si parla di uso eccessivo ci si riferisce all’assunzione in circostanze che potrebbero essere tenute sotto controllo con una corretta alimentazione e con l’adozione di specifici comportamenti. L’impiego degli inibitori di pompa è probabilmente eccessivo anche per quanto riguarda l’indicazione alla prevenzione della gastrolesività connessa ad altri trattamenti. È stato osservato che in questi casi gli inibitori di pompa vengono presi anche da pazienti che non rientrano nelle categorie a rischio. Le posso, a questo proposito, citare un esempio paradigmatico, quello dell’aspirina nell’ambito della terapia antiaggregante, correlata ad un rischio non significativo di gastrolesività e ad un impiego eccessivo di tali medicinali. Un altro punto su cui si potrebbe intervenire è rappresentato dai pazienti che sono in cura con inibitori di pompa da anni e la cui terapia potrebbe essere sottoposta a revisione. In generale, potrebbero essere adottate iniziative in questo senso non tanto dirette al contenimento della spesa (poiché negli anni il costo di questi prodotti si è significativamente ridotto), quanto alla minimizzazione dei rischi per il paziente.


La sindrome del colon irritabile, che rappresenta per il pubblico una condizione ancora molto oscura, sembra generare infiniti coinvolgimenti: gli aspetti emotivi, la predisposizione all’autoimmunità, i legami con il microbiota e la dieta, le correlazioni con la sindrome da fatica cronica, il Parkinson, l’autismo e in generale i disturbi psichiatrici. Cosa c’è di vero, cosa sappiamo di questa condizione e cosa ancora deve essere chiarito?

La sindrome del colon irritabile è la causa più frequente di coinvolgimento del gastroenterologo e porta con sé una lunga storia di insuccessi o successi solo parziali in termini di comprensione dei fattori patogenetici, fra cui anche quelli da lei citati. Purtroppo, molti degli aspetti che negli anni sono stati messi in relazione con la malattia non sono stati sempre confermati e comunque non hanno portato alla definizione di interventi terapeutici efficaci in grado di migliorare la qualità di vita dei pazienti. Sfortunatamente, ancora oggi la patogenesi di questo disturbo non è stata chiarita e la terapia oggi disponibile è solo sintomatica, salvo in alcuni gruppi limitati di pazienti nei quali viene evidenziata la presenza di una componente infiammatoria, la cosiddetta colite microscopica. Tale condizione può essere diagnosticata e trattata con i farmaci antinfiammatori impiegati per la terapia delle malattie infiammatorie intestinali, assumendo un decorso più favorevole. Questo può rappresentare un ambito di interesse dal punto di vista dello studio di nuovi interventi. Inoltre, come per tutte le patologie frequenti, si corre il rischio di ipotizzare associazioni con altre malattie che in realtà non vengono supportate da dati scientifici solidi. In questo gruppo di disturbi rientrano alcune delle patologie da lei citate, come il Parkinson, l’autismo, alcune patologie psichiatriche e la sindrome da fatica cronica, rispetto alle quali le associazioni con la sindrome del colon irritabile sono deboli. Una correlazione chiara è, invece, quella con lo stress, che è presente anche in altri disturbi gastroenterici.

 
Per saperne di più visita il sito: cdi.it
CDI Bionics Navigli di Milano: scopri le specializzazioni

Le informazioni presenti in Micuro hanno scopo divulgativo e informativo. Non costituiscono in alcun modo un mezzo di autodiagnosi e automedicazione. Per qualsiasi dubbio sull'uso di un farmaco, rivolgersi al proprio medico.

La riproduzione o l’utilizzazione dei contenuti pubblicati su Micuro è strettamente riservata. Il riutilizzo del materiale su riviste, giornali, radiodiffusione o generica messa a disposizione al pubblico viene concesso solo previa esplicita richiesta e autorizzazione obbligatoria.