Generazione Z e sport: perché i giovani abbandonano l'attività fisica

Generazione Z e sport: perché i giovani abbandonano l'attività fisica

Indice

Domande e Risposte

Introduzione: una generazione sempre più sedentaria

I giovani fanno sempre meno sport. Ma perché, nell’era delle infinite app per il fitness, la pratica sportiva sembra essere diventata nemica delle nuove generazioni?

Preoccupano i dati emersi dal rapporto “The inequality epidemic: low income teens face higher risk of obesity, inactivity and poor diet” pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, WHO) nel 2024: i livelli di attività fisica tra gli adolescenti e i giovani adulti sono significativamente bassi. Se l’OMS raccomanda almeno 60 minuti di attività fisica moderata o intensa (Moderate or Vigorous Physical Activity, MVPA) al giorno, solo il 25% dei ragazzi e il 15% delle ragazze raggiungono l’obiettivo. La partecipazione diminuisce con l'età, in particolare tra le ragazze: basti pensare che rientra nel target il 24% delle ragazze di 11 anni e solo il 13% delle ragazze di 15 anni. Malgrado il 60% degli adolescenti soddisfi la raccomandazione OMS di praticare attività fisica vigorosa (Vigorous Physical Activity, VPA) almeno 3 volte alla settimana, questa percentuale è inferiore tra le ragazze (51%) rispetto ai ragazzi (69%). E il divario di genere si amplia con l'età: mentre il 65% delle ragazze di 11 anni soddisfa la raccomandazione, solo il 46% delle ragazze di 15 anni rientra in questi parametri.

A livello europeo, nel documento stilato dalla Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) in collaborazione con l’OMS “Health at a Glance: Europe 2024” si legge come solo il 22% circa degli 11enni e il 15% dei 15enni riferiscano di praticare almeno un’ora al giorno di attività moderata o vigorosa.

In lieve controtendenza il nostro Paese, almeno secondo i più recenti dati ISTAT relativi alla pratica sportiva e all’attività fisica, che evidenziano una tendenza di lungo periodo verso un Paese più attivo. Il rapporto sottolinea che negli ultimi 30 anni è aumentata la quota di chi pratica sport, che è passata dal 26,6% del 1995 al 37,5% del 2024. Interessante che la crescita riguardi soprattutto la pratica sportiva continuativa, che sale dal 17,8% al 28,7%, mentre quella saltuaria rimane stabile all’8,7%.

Dati che il Ministro Andrea Abodi (presente all’evento di presentazione del documento insieme al Presidente CONI Luciano Buonfiglio, al Presidente CIP Marco Giunio De Sanctis, al CEO di Sport e salute Diego Nepi Molineris e ai Presidenti di ISTAT Francesco Maria Chelli e di ICSC Beniamino Quintieri) ha definito come “una base preziosa per progettare azioni mirate capaci di rendere lo sport un diritto concreto per tutti i cittadini”. Nel contesto di generale miglioramento, continua a destare attenzione il tasso di drop out sportivo: il fenomeno dell’abbandono è particolarmente rilevante nei giovani tra i 10 e i 24 anni, ma le ragazze registrano tassi di abbandono più alti rispetto ai ragazzi (21,6% contro 15,1%), con un’età media di uscita dallo sport leggermente più precoce (14 anni per le ragazze contro 15 per i ragazzi). In aumento l’interesse per forme di sport cosiddetto destrutturato, cioè praticato in spazi aperti o non convenzionali (casa, cortili condominiali, …).


Il ruolo di tecnologia, social media e gaming nella riduzione del movimento quotidiano

I dati che l’OMS ha pubblicato nel 2023 sull’utilizzo delle tecnologie digitali da parte dei giovani la dicevano lunga. Gli adolescenti europei passano in media più di 6 ore al giorno davanti a uno schermo (telefono, PC, TV) nei giorni scolastici, un tempo che supera le 8 ore nel weekend.

I numeri sottolineano come, anche solo per ragioni matematiche, il movimento abbia visto una sottrazione di tempo e di interesse da parte di adolescenti e giovani adulti. Questo fenomeno, noto come time displacement effect (effetto di sostituzione temporale), giustifica solo in parte i numeri dell’abbandono. L’impiego dei device elettronici fino a tarda notte ritarda il tempo di addormentamento e riduce le ore e la qualità del sonno, provocando una sensazione continua di stanchezza diurna che va a favore della sedentarietà.
 

La sedentarietà come nuovo “stile di vita” e i rischi per salute fisica e mentale

Ma cosa si intende per sedentarietà? Secondo l’OMS, una persona è definita sedentaria quando trascorre più di 8 ore al giorno seduta e non raggiunge i 150 minuti settimanali di attività fisica moderata raccomandati.

Negli ultimi decenni, da abitudine di alcuni la sedentarietà si sta trasformando in un vero e proprio stile di vita per tanti. Questo perché sono sempre meno le persone che svolgono lavori manuali o che richiedono impegno fisico, si studia più a lungo e le iniziative di intrattenimento e socialità si svolgono quasi tutte da seduti o davanti a uno schermo. Inoltre, è sempre più risicato il tempo libero da dedicare al movimento e, per essere più efficienti, siamo spinti a utilizzare la macchina o i mezzi pubblici per gli spostamenti.

immagine che mostra dei giovani felici che fanno sport

Gen Z e sport: un amore non ancora sbocciato 

La generazione Z (Gen Z) raggruppa le persone nate fra il 1997 e il 2012. Si tratta della prima generazione completamente digitale, che svolge la maggior parte delle proprie attività (professionali e ricreative) online. Non dimentichiamo, inoltre, che la Gen Z è stata educata da famiglie sensibili alle tematiche inclusive e di sostenibilità ma si è trovata a crescere in un’epoca difficile, costellata di crisi (sanitaria, economica, climatica, bellica) ed è costantemente sottoposta a pressioni in termini di performance e immagine. 

In un periodo storico nel quale i concetti di sacrificio e impegno a lungo termine vengono percepiti come superati, è chiaro come lo sport, che si alimenta di questi principi, sia visto come un’attività stressante e poco gratificante.

In molti contesti, anche le disuguaglianze socioeconomiche giocano una parte importante. I dati riportati e discussi nei paragrafi precedenti mostravano chiaramente che gli adolescenti provenienti da famiglie più abbienti riferiscono livelli più elevati sia di attività fisica moderata-vigorosa (MVPA, 16% contro 26%) che di attività fisica vigorosa (VPA, 51% contro 69%). Numeri che suggeriscono una correlazione fra il reddito familiare e fattori quali l'accesso a spazi sicuri per l'attività fisica e la partecipazione a sport organizzati.


Stress da performance e paura del giudizio 

Nonostante l’apparente e scrupolosa attenzione per il diritto alla privacy, tendiamo a prestare scarsa attenzione ai rischi della condivisione.

La Gen Z è cresciuta in un’epoca nella quale tutto passa attraverso il filtro dello schermo: ogni successo professionale, momento significativo di vita privata, attimo di divertimento. Lo sharing fa sentire meno soli, costruisce reti, ma espone anche al giudizio e al confronto. E, poiché la platea è allargata (potenzialmente mondiale) e variegata, non sempre la critica è puntuale e pertinente e può, quindi, essere sfruttata per migliorare e migliorarsi. Molti commenti sono finalizzati alla denigrazione. I social media, in particolare, propongono immagini perfette di corpi in perenne movimento, mai stanchi, sempre giovani e in perfetta forma. È il frutto di azioni mirate di business, ma questo può essere molto difficile da comprendere per un adolescente (e non solo).

Di fatto, le piattaforme social creano un bisogno continuo di produrre una performance per poterla condividere e ricevere consensi. Lo testimonia il Rapporto CENSIS 2024 “Giovani, sport e benessere”, dal quale emerge che il 72% dei giovani italiani fra i 14 e i 24 anni dichiara di sentirsi “sotto pressione per dover fare sempre bene”. Nel contesto sportivo, il 55% afferma di aver provato ansia o stress legato alla prestazione, con una quota che sale al 70% per chi pratica uno sport agonistico.

Ciò non può non avere ripercussioni sulla predisposizione allo sport. Sommata a quella prodotta dalla scuola e dalla cerchia delle amicizie, la pressione diventa intollerabile e spinge all’abbandono della pratica sportiva, all’evitamento di contesti competitivi. Dietro la tendenza al perfezionismo e alla critica costante ci sono lo stress e l’ansia generati da questa esperienza.

Una delle testimonianze più significative riportate nel documento del CENSIS è: “Se non vinco, mi sento inutile. Anche quando gioco bene, penso a chi mi guarda”.


Sport: competizione o divertimento?

Negli anni ’80 e ‘90 lo sport giovanile era percepito soprattutto come divertimento, opportunità di socializzazione e libertà.

Con i primi anni 2000 e la diffusione di un’immagine più estesa di atleta anche fra i non professionisti, gli standard dell’attività fisica si sono alzati. In questo quadro, si è affermato un modello sportivo più professionalizzato e orientato al risultato, anche fra coloro che non intendono muoversi nel campo agonistico e anche nei settori giovanili.

Lo vediamo nei campi da calcio di provincia, un tempo contesti di sfogo fisico felice nel quale la dimensione ludica aveva la sua importanza e nei quali oggi l’obiettivo non è solo quello (legittimo) di vincere, ma quello di vincere a qualsiasi costo, anche ai danni di un avversario più bravo, anche contro il fair play. Del resto, lo dicono le statistiche ISTAT e CONI. Nel nostro Paese, già il 47% degli under 18 coinvolti in società sportive partecipa a competizioni ufficiali. 

Non sorprende quindi che il 68% di chi ha smesso di praticare sport dichiari non mi divertivo più, come cita il Move Report pubblicato da Nike nel 2023.


Mancano tempo e motivazione 

Quello del tempo è un problema reale, di cui abbiamo parlato anche nei paragrafi precedenti, a proposito del cosiddetto Time Displacement Effect. Non a caso, sono molti (e in netto aumento rispetto al passato) i ragazzi che dichiarano di avere abbandonato lo sport perché non hanno abbastanza tempo.

Ma si tratta più spesso di una questione più percepita che effettiva. Analizzando le abitudini nel time management, emerge infatti che una parte significativa del tempo nell’arco della giornata viene dedicata all’inattività passiva (serie TV, social, gaming). Il problema, quindi, non è solo la mancanza di tempo, ma la priorità assegnata allo sport rispetto ad altre attività percepite come più urgenti o gratificanti.


Il confronto con un (inesistente) modello perfetto 

Nelle piattaforme social, in particolare in quelle in cui lo stimolo visual è predominante (come Instagram e TikTok), sport e fitness vengono spesso rappresentati come un percorso di trasformazione visiva che poco ha a che vedere con il benessere.

Il ricorso a confronti prima/dopo (before/after), la condivisione di immagini di corpi tonici e privi di imperfezioni (nella maggior parte dei casi sottoposte a filtri e ritoccate) e l’invito motivazionale con slogan come no excuses o pain is gain spostano il focus dal sentirsi bene all’esibire un corpo perfetto. E, poiché qualche imperfezione è sempre possibile trovarla, da qui nasce la continua e incessante frustrazione dei giovani utenti.

Non è una novità dei tempi moderni. Sappiamo dalle teorie sociologiche e psicanalitiche che gli individui valutano se stessi confrontandosi con gli altri: questo concetto è conosciuto come meccanismo del confronto sociale. L’anomalia caratteristica del nostro periodo storico è data dalla distorsione del confronto che si realizza nei social media e che avviene sulla base di versioni filtrate, selezionate e ritoccate di sé. 

Da driver di motivazione, quindi, l’ambiente social diventa un fattore di abbandono: più della metà dei giovani intervistati dichiara di essersi sentito “meno motivato a fare sport” dopo aver visto contenuti fitness online.

Movimento: fra digitale e reale 

La transizione digitale non ha semplicemente ricadute sul movimento e l’attività fisica, ma porta con sé un vero e proprio cambiamento culturale, antropologico. Il corpo non è più protagonista della nostra vita, con i suoi momenti di gloria e le fasi di declino, ma diventa spettatore o uno strumento di interfaccia con i device digitali.

Le esperienze fisiche dirette vengono progressivamente sostituite con equivalenti virtuali. I ragazzi non giocano più con il corpo sui campi sportivi ma si sfidano nel gaming, non parlano davanti a una bibita ma dialogano in chat, non esplorano la realtà ma costruiscono il proprio vissuto osservando ciò che altri fanno nel web. Lo stesso avviene per quanto riguarda lo sport: guardare contenuti di fitness diventa un surrogato di esperienza sportiva.

Più che vissuto direttamente, oggi il corpo viene rappresentato. La breve ricompensa che scatena un like alla propria immagine appena postata è la motivazione per restare incollati agli schermi.


Una vita iperconnessa: le conseguenze

L’iperconnessione genera un sovraccarico cognitivo e sensoriale continuo, che altera il ritmo naturale di concentrazione, sonno e benessere emotivo. Inoltre, il passaggio rapido tra app, notifiche, messaggi e video brevi abitua il cervello a un flusso frammentato di attenzione. Ciò mantiene il cervello in uno stato di perenne allerta.

La luce blu che proviene dagli schermi riduce la produzione di melatonina, l’ormone del sonno. I ragazzi si ritrovano nel cuore della notte a scorrere vorticosamente immagini e parole (doomscrolling) senza prendere sonno e, una volta addormentati, senza dormire in modo fisiologico. La mattina si svegliano con difficoltà e si sentono senza energia, con l’umore a terra e affaticati nel mantenere la concentrazione e la memoria.

Progressivamente, perdono interesse per la vita reale, dalla quale si distaccano per rifugiarsi in un mondo (quello virtuale) da cui ricevono ricompense sempre più fugaci e inappaganti. Ciò genera un circolo vizioso che li tiene legati al digitale allo scopo di colmare i deficit di autostima e gratificazione.


App e challenge online: il benessere virtuale

Navighiamo fra siti e app dedicate al benessere fisico e psicologico, programmi di fitness e regimi dietetici personalizzati. Eppure, i nostri giovani, coloro che fruiscono maggiormente dei contenuti digitali e trascorrono più tempo online, praticano meno sport che in passato e mangiano peggio di quanto non facessero quando degli alimenti funzionali non era stata ancora neppure riconosciuta l’esistenza.

Questo perché la maggior parte dei protocolli di wellness disponibili non fa leva su una motivazione di reale benessere, che avvicina al corpo e impone di sentirlo in profondità per essere percepita. Quali corde tocca, quindi, la narrazione digitale della pratica sportiva? Quelle della motivazione alla perfezione e alla sua esposizione.

Spesso chi pratica sport seguendo le app motivazionali riesce anche ad avere una performance continuativa, ma non si sente meglio. Prova e riprova a riprodurre gli stessi movimenti che vede compiere online, ma scollegato dal proprio corpo, senza sentire come i diversi tipi di movimento vengono percepiti e come lo modificano.

Come riportare i giovani in movimento

Perché lo sport sia un’abitudine continuativa e regolare, la pratica sportiva deve essere sostenibile e gratificante. Ma se io mi concentro sul risultato in termini di circonferenza del bicipite o evidenza del 6-pack perdo di vista come mi sento dopo avere fatto una seduta di allenamento, non percepisco la leggerezza degli arti dopo una nuotata, la capacità respiratoria dopo un training cardio. Continuerò ad essere insoddisfatta e cercherò gratificazioni altrove.

Immaginare un nuovo futuro per lo sport significa rimettere al centro dell’esercizio fisico il corpo, nelle sue componenti (quella che soffre per la fatica e quella che si appacifica per la soddisfazione che la fatica produce) e l’esperienza fisica. 

Se mi concentro sul fatto che muovendomi starò bene e potrò sentire il benessere subito, non dopo un mese o un anno, allora passo dal concetto di performance a tutti i costi a quello di esperienza. Pratico e vedo come questo mi fa sentire, modifico la pratica fino a quando scopro cosa mi fa stare meglio.


Le micro-attività quotidiane

Le attività più sostenibili, quelle che è più facile adottare e mantenere nel tempo, sono anche quelle che permettono di muoversi senza doversi dotare di costose e ingombranti attrezzature e che possono essere praticate ovunque.

L’ideale è la camminata, anche con giubbotti zavorrati per potenziare la forza, eseguita con passo rapido e ad ampia falcata. L’outdoor movement permette di fare esercizio fisico all’aperto, beneficiando anche dell’esposizione alla luce e del contatto con la natura.

Un’altra valida alternativa è rappresentata dal ballo, individuale o di gruppo. Si tratta di un’attività che tiene in esercizio le articolazioni, aiuta a trovare e mantenere la forma, favorisce la socializzazione. L’ascolto della musica aumenta il benessere che la danza garantisce.

Pianificare una partita a tennis con un amico o a calcetto con i colleghi è un buon, vecchio sistema per fare movimento in un contesto leggero e gradevole.


Ambienti inclusivi e senza giudizio 

Se sono giù di forma e poco avvezzo ai circoli di palestrati, mi impegnerò più facilmente in una attività sportiva in un ambiente che non mi giudica e non mi addita per la non perfetta performance.

Sono nate su questo principio quelle che vengono chiamate no-judgment gyms, palestre inclusive che rifiutano il modello estetico competitivo. Questa è anche la base del successo delle community di fitness online.

Lo stesso discorso può essere applicato alle scuole. I ragazzi si lanceranno con maggiore interesse e curiosità negli sport di gruppo di fronte ad un atteggiamento inclusivo e non paternalistico dei docenti.


Usare la tecnologia a proprio vantaggio

In un clima che si infuoca per un nonnulla, non ha senso neppure demonizzare la tecnologia. Le app per il wellness e la divulgazione prodotta da numerose celebrities hanno comunque il pregio di avere avvicinato allo sport molte persone che altrimenti non vi avrebbero mai preso confidenza.

I ragazzi, proprio per l’immaturità della loro età e le criticità connesse al difficile cammino della crescita, possono avvantaggiarsi di questi strumenti ma devono essere supportati dalla famiglia e dalla scuola verso un utilizzo virtuoso della tecnologia.

Dallo sport al benessere: un nuovo modo di muoversi

Stimolando la produzione di endorfine e serotonina e l’ossigenazione cerebrale e riducendo il rilascio di cortisolo, l’attività fisica migliora l’umore riducendo l’ansia, favorisce lucidità e concentrazione e aiuta a gestire lo stress.

Lo sport promuove l’autocontrollo e la gestione della fatica e del tempo.  

La regolarità degli allenamenti insegna a guardare all’esercizio come ad un sistema per sentirsi capaci (e non per apparire) e per prendersi cura di sé ed essere più comprensivi e gentili con il proprio corpo. 

L’attività sportiva permette di ottenere progressi concreti: se mi concentro sul mio corpo, riesco a trarne fiducia e motivazione. Non è necessario che io diventi un’atleta per arrivare a questi risultati, ma posso raggiungerli nel quotidiano.

Più allenata, sarò anche più orientata a nutrirmi anziché riempirmi la pancia, perché prendersi cura di sé dà il via a un circuito virtuoso nel quale il benessere chiama altro benessere.


Oltre la sfida, il benessere

Lo sport non è solo sfida o risultato, ma è uno spazio di libertà ed energia che deriva dall’ascolto di sé e delle proprie esigenze di benessere.

La prestazione, se proprio deve essercene una, è quella del dialogo ininterrotto tra mente e corpo, che imparano così a lavorare in sinergia.

Per accompagnarti nella ricerca di questo equilibrio, la linea 3Power Sport ti supporta con due alleati naturali:

  • Crema 3Power Sport: dopo la sessione di allenamento e la doccia, il massaggio diventa un vero e proprio rituale di benessere che permette di apprezzare tutti i benefici dell’esercizio.  Applicala con movimenti lenti e respiri profondi per approfittare dell’effetto rilassante;
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Non ti serve un nuovo record per stare bene: ti basta muoverti, respirare e prenderti cura di te.




RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Domande e risposte

Perché i giovani della Generazione Z fanno meno sport rispetto al passato?

Il poco tempo disponibile gioca a svantaggio della pratica sportiva. Oggi la percentuale di giovani che studia più a lungo è maggiore (fortunatamente) e questo implica anche che in questa fascia di età la disponibilità di tempo da dedicare alla palestra o ai campi da calcio sia scarsa. Inoltre, la diffusione delle tecnologie digitali, che permette di fare esperienze virtuali, apparentemente più gratificanti e meno faticose di quelle reali, contribuisce a questo fenomeno.

Quali sono le conseguenze della sedentarietà nei ragazzi e nei giovani adulti?

L’esposizione a stimoli brevi e continui, la pressione alla performance e il continuo confronto si aggiungono ai danni provocati dalla sedentarietà, ovvero la scarsa capacità di gestione della fatica e dello stress, le difficoltà di memoria e di concentrazione, l’incapacità di socializzare.

Come si può motivare un giovane a fare sport o muoversi di più?

I giovani possono essere motivati attraverso la diffusione di contesti non giudicanti e inclusivi, che li lascino liberi di esprimersi e non agiscano con atteggiamento paternalistico nei loro confronti. Un esempio è rappresentato dalle no-judgment gyms. Un ambiente aperto e inclusivo nel quale i ragazzi non vengono indottrinati ma guidati nel prendersi cura di sé e del proprio corpo può contribuire a mantenere viva nel tempo la motivazione.

Quali sport o attività sono più adatti alla Generazione Z?

La situazione può essere migliorata promuovendo attività che possono essere eseguite senza equipaggiamenti complessi e costosi (camminata, ballo, corsa) e ovunque. La permanenza all’aria aperta e l’interazione di gruppo (ad esempio per il ballo o attraverso le app che riuniscono community di camminatori o runner) possono moltiplicare i benefici dello sport in sé.

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