Aggiornato il 22.12.2025
I cheloidi sono escrescenze di tessuto cicatriziale in eccesso. Nella sostanza, un cheloide è una cicatrice che si è formata in maniera non fisiologica ed è caratterizzata da una crescita eccessiva di tessuto fibroso, che supera i margini della ferita originale. È dovuto ad una proliferazione esagerata dei fibroblasti, cellule della pelle che contribuiscono alla guarigione delle ferite.
La loro formazione non dipende dalle dimensioni o dalla gravità della lesione: possono comparire cheloidi anche per piccole ferite.
Sono diversi dalle cicatrici ipertrofiche: anche queste ultime hanno un eccesso di tessuto cicatriziale ma, una volta che si sono fermate, tendono a rimanere stabili, mentre i cheloidi continuano a crescere nel tempo.
Compaiono a valle di una lesione cutanea (ad esempio, taglio, intervento chirurgico, acne, piercing, ustione), specialmente a livello di torace, spalle, schiena, orecchie (in quest’area è spesso correlato al posizionamento di un piercing) e mandibola. Hanno un aspetto duro, liscio e spesso lucido.
Qual è la differenza fra una cicatrice normale e un cheloide? Le cicatrici normali rimangono nei margini della ferita, hanno forma piatta o leggermente rilevata, non sono associate a sintomi e, nel tempo, tendono a mimetizzarsi con il tessuto cutaneo circostante. Al contrario, risultano al tatto in rilievo rispetto al piano della pelle, sono spesso accompagnati da fastidio, prurito o dolore e, con il trascorrere del tempo, continuano a crescere.
Sono più predisposte alla formazione dei cheloidi le persone giovani o che hanno familiarità per questo tipo di condizione e i soggetti con la pelle scura.
Quando compaiono i cheloidi? I cheloidi non compaiono subito, ma si sviluppano a distanza di settimane o mesi dalla lesione, crescendo progressivamente.
Non sono associati ad un reale pericolo dal punto di vista medico, ma hanno un impatto estetico e psicologico potenzialmente notevole.
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Il cheloide è una cicatrice in rilievo, spessa e dura, con superficie liscia e lucida, di colore rosso-rosato o brunastro, che tende a scurire nel tempo.
Si estende superando i margini della ferita originale e diventando via via più voluminoso nel tempo: questo rappresenta un segno distintivo per il suo riconoscimento. Non regredisce spontaneamente.
Compare più frequentemente a livello di torace, spalle e schiena, orecchie, mandibola.
È spesso associato a sintomi locali quali prurito, (raramente) dolore o tensione e sensazione di fastidio locale.
Cicatrice ipertrofica e cheloide. Una cicatrice ipertrofica si forma anch’essa con un eccesso di tessuto cicatriziale a seguito di ferite, interventi chirurgici o ustioni e si presenta sollevata, ispessita, spesso rossa e a volte pruriginosa o dolente. Ma, rispetto al cheloide, non supera i bordi della ferita originale, rimanendo confinata all'area del danno iniziale.

Per capire perché la cicatrizzazione prende una strada imprevista e si forma il cheloide, vediamo di seguito come si dovrebbe formare una cicatrice normale.
Immediatamente dopo la lesione, questione di minuti o massimo ore, prende il via la cosiddetta fase emostatica della cicatrizzazione, che ha lo scopo di bloccare il sanguinamento, proteggere la ferita e creare un’impalcatura temporanea che faccia da base per la riparazione del danno.
La ferita scatena una serie di reazioni che causano il restringimento del diametro dei vasi sanguigni (vasocostrizione), limitando la perdita di sangue. La rottura della parete dei vasi attiva il processo di formazione del coagulo: le piastrine si aggregano e si forma un tappo emostatico.
Vengono rilasciati quindi fattori di crescita (come il Platelet Derived Growth Factor – PDGF e il Transforming Growth Factor - TGF-β), che attivano le fasi successive.
La fase infiammatoria è il secondo step della cicatrizzazione, nel quale la ferita si ripulisce e si prepara alla riparazione. Subentra da 24–48 ore dopo la lesione e dura fino a 3–5 giorni, ma in alcuni casi si protrae anche più a lungo. In questa fase, i vasi sanguigni aumentano di diametro (vasodilatazione) e la loro parete diventa più permeabile, lasciando uscire cellule immunitarie (globuli bianchi) che inglobano batteri e detriti derivanti dalla morte dei tessuti recisi e rilasciano di fattori di crescita che promuovono la guarigione.
Si attiva la produzione di sostanze (citochine e altri mediatori) che sono responsabili dei segni classici dell’infiammazione (arrossamento, calore, gonfiore, dolore), che in questo caso assume valore positivo perché favorisce la proliferazione delle cellule della pelle e il rimodellamento dei tessuti.
Nella fase proliferativa, cioè dal 3°-5° giorno fino a 2-3 settimane dopo la ferita, avviene la ricostruzione del tessuto leso. Speciali cellule presenti nella pelle, i fibroblasti, entrano in una fase di vivace proliferazione, producendo grandi quantità di collagene tipo III, indispensabile per la ricostituzione dei tessuti.
Si ha anche formazione di nuovi capillari (angiogenesi) e di tessuto di granulazione (ricco di vasi sanguigni e fibroblasti).
La migrazione di un altro tipo di cellule presenti nella pelle, i cheratinociti, verso gli strati più superficiali favorisce il ripristino del rivestimento cutaneo (riepitelizzazione).
La ferita via via si restringe per via della deposizione di nuovo tessuto, assume un colore rosato/rosso e appare umida al tatto.
La fase di maturazione (fase di rimodellamento) è quella in cui la cicatrice si rinforza e si stabilizza. Ha inizio a distanza di 3–4 settimane dal trauma e può durare mesi o anni. In questo periodo, il collagene tipo III deposto nella fase precedente viene sostituito con collagene tipo I, fondamentale per la struttura, la solidità e l’elasticità della pelle. La cicatrice si schiarisce sbiancando grazie allo stop alla formazione di nuovi vasi. Una volta esaurito il loro compito, le cellule chiamate in causa per supportare la costruzione di nuovo tessuto entrano in un processo di autoeliminazione.
Alterazioni della fase di maturazione (fase di rimodellamento) della cicatrice possono portare alla formazione di un cheloide. In particolare, queste anomalie riguardano:
In tutti questi casi, la cicatrice può crescere oltre i margini della ferita originale senza regredire spontaneamente e si forma il cheloide.
Alcune persone hanno un rischio maggiore di andare incontro alla formazione di cheloidi a seguito di ferite.
Di solito, questo succede perché producono più collagene rispetto alla popolazione generale o lo degradano più lentamente per:
La diagnosi del cheloide è prevalentemente clinica: per riconoscerlo è sufficiente sottoporsi a visita dermatologica o chirurgica, senza dover ricorrere a esami strumentali.
Durante il colloquio con il medico, emerge il tipo di trauma che ha portato alla formazione del cheloide (ferita, intervento chirurgico, piercing, acne, vaccinazione) e, di solito, il paziente racconta di un intervallo di tempo relativamente lungo trascorso da quel momento fino alla sua comparsa.
In modo molto caratteristico, il paziente descrive della crescita progressiva nel tempo e della assenza di una regressione spontanea, della presenza di sintomi quali prurito, dolore o bruciore.
Di solito, viene riportata una familiarità per questo tipo di formazioni oppure un pregresso personale.
Viene, poi, svolto un esame obiettivo, che rileva le caratteristiche cliniche del cheloide:
È raccomandabile sottoporsi a ulteriori accertamenti quando il presunto cheloide ha un aspetto atipico. Ad esempio, è ulcerato, sanguinante o pigmentato in modo irregolare oppure ancora ha una superficie crostosa o verrucosa. È importante rivolgersi al medico anche quando la crescita della cicatrice anomale è molto rapida o improvvisa. In questi casi, è bene accertare che non si tratti di un tumore della pelle.
È necessario un approfondimento medico anche quando il cheloide compare spontaneamente senza che si sia verificato un trauma scatenante, oppure in una sede insolita (mani, palpebre, genitali, cuoio capelluto).
Costituisce un segnale meritevole di approfondimento anche il decorso clinico non coerente: ad esempio, la lesione rimane per stabile per anni senza crescere oppure regredisce spontaneamente. Deve essere indagata anche la comparsa multipla di cheloidi. In questi casi, potrebbe essere necessario differenziare il cheloide da patologie quali la sarcoidosi cutanea.
Chiedere un parere medico anche se il cheloide è associato a dolore intenso e continuo o manifestazioni generali quali febbre, astenia o tosse. Si tratta, infatti, di segni che potrebbero deporre per infezioni o altre patologie sistemiche.
Se la formazione non migliora dopo averla adeguatamente trattata, occorre una rivalutazione diagnostica.
Gli accertamenti che possono essere utili a chiarire la natura della formazione sono:
Il cheloide si tratta con terapie conservative e intralesionali. Viene prescritta la chirurgia solo in casi selezionati e, comunque, sempre in associazione a trattamenti adiuvanti per prevenire la recidiva.
La cura dei cheloidi è spesso combinata e graduale, perché sono lesioni che tendono a recidivare. Occorre però tenere presente che l’obiettivo del trattamento è quello di ridurre volume, sintomi e rischio di recidiva, più che non quello di ottenere una guarigione definitiva. Nella pratica clinica, infatti, si osserva che le cure migliorano anche significativamente l’aspetto della cicatrice ma di rado riescono ad eliminarla del tutto.
Le terapie emergenti, ancora in fase di sperimentazione, hanno come bersaglio le cellule immunitarie che partecipano all’infiammazione e l’ambiente extracellulare. Queste soluzioni sembrano promettere una guarigione completa delle formazioni e offrire risultati terapeutici più efficaci e duraturi. Nonostante i progressi, sono però necessarie ulteriori ricerche per chiarire completamente i meccanismi precisi della formazione dei cheloidi e sviluppare terapie mirate.
Allo stato attuale delle conoscenze, viene proposto un trattamento personalizzato con approccio misto. Occorre, parallelamente, puntare sulla prevenzione nei soggetti predisposti.
In prima battuta, per trattare il cheloide vengono usati cortisonici (ad esempio, il triamcinolone) da iniettare nella lesione.
Questi farmaci riducono la proliferazione dei fibroblasti e, di conseguenza, la sintesi di collagene e danno sollievo a prurito e dolore.
Vengono usati fogli o cerotti in silicone che mantengono l’idratazione e l’occlusione e offrono supporto estetico e compressivo, migliorando l’elasticità della pelle e dando sollievo ai sintomi.
La pressoterapia viene eseguita soprattutto quando il cheloide compare a livello del lobo auricolare, mentre la crioterapia è utile per trattare cheloidi piccoli e il laser (es. PDL – Pulsed Dye Laser) è indicato per ridurre l’eritema e lo spessore della formazione.
Si tratta di trattamenti che vengono utilizzati in alternativa o in associazione a quelli precedentemente elencati (prevalentemente in combinazione con i cortisonici). Sostanze quali 5-fluorouracile, bleomicina o verapamil.
Poiché l’escissione chirurgica può essere essa stessa causa di formazione di un cheloide, la chirurgia non è mai un trattamento di prima linea e non viene mai eseguita da sola, ma sempre in associazione a corticosteroidi (che di solito vengono prescritti nel post-operatorio), radioterapia a basse dosi (permette di ridurre significativamente le recidive nel post-operatorio), fogli di silicone.
Poiché il cheloide è una lesione profonda, spessa e ricca di collagene, i principi attivi contenuti nelle creme non riescono a raggiungere le cellule contenute in esso. Per questa ragione, l’applicazione di creme non modifica in modo significativo né l’iperproduzione di collagene né l’attività delle sostanze infiammatorie che mantengono attiva la deposizione di questa sostanza.
Quindi, le creme non possono ridurre un cheloide che si è già formato. Neppure quelle a base di cortisonici, che possono solo, al limite, migliorare il prurito e l’infiammazione superficiale.
Quando, invece, possono essere utili? Ad esempio, in fase di prevenzione della formazione di cicatrici, subito dopo un intervento chirurgico o un taglio, nei soggetti predisposti.
Presunti rimedi naturali preventivi o curativi del cheloide (ad esempio, a base di estratti di cipolla o vitamina E) non hanno evidenza scientifica di efficacia e producono un effetto prevalentemente cosmetico.

A causa di alterazioni della fase di maturazione (fase di rimodellamento) della cicatrice. In particolare, queste anomalie riguardano i fibroblasti (che possono rimanere attivi più del necessario e produrre un eccesso di collagene), collagene (che può essere deposto in eccesso e accumularsi in maniera disorganizzata), matrice extracellulare (i meccanismi di pulizia dell’ambiente extracellulare possono non funzionare), fattori di crescita (che possono essere prodotti in eccesso), infiammazione (se dura più del normale), eliminazione delle cellule riparative: (che può non verificarsi), tensione (le aree lese sottoposte a sollecitazione continuano a produrre collagene).
I cheloidi sono escrescenze di tessuto cicatriziale in eccesso, cicatrici che si sono formate in maniera non fisiologica dovute ad una proliferazione esagerata dei fibroblasti, cellule della pelle che contribuiscono alla guarigione delle ferite. Compaiono a valle di una lesione cutanea, specialmente a livello di torace, spalle, schiena, orecchie e mandibola. Hanno un aspetto duro, liscio e spesso lucido.
Il cheloide si tratta soprattutto con terapie intralesionali, spesso in combinazione con chirurgia e altre procedure, sempre con approccio personalizzato. In prima battuta, vengono usati cortisonici da iniettare nella lesione per ridurre la proliferazione dei fibroblasti e la sintesi di collagene e dare sollievo a prurito e dolore. Come terapie adiuvanti, vengono usati fogli o cerotti in silicone che mantengono l’idratazione e l’occlusione e offrono supporto estetico e compressivo, migliorando l’elasticità della pelle e dando sollievo ai sintomi. La chirurgia non è mai un trattamento di prima linea e non viene mai eseguita da sola, ma sempre in associazione a corticosteroidi (che di solito vengono prescritti nel post-operatorio), radioterapia a basse dosi (permette di ridurre significativamente le recidive nel post-operatorio), fogli di silicone. Le creme non possono ridurre un cheloide che si è già formato, ma possono essere utili in fase di prevenzione della formazione di cicatrici, subito dopo un intervento chirurgico o un taglio, nei soggetti predisposti.
No. Il cheloide è una lesione proliferativa (come il tumore) ma che nasce come risposta anomala alla guarigione di una ferita e dipende da stimoli infiammatori e meccanici. Non è un fenomeno di crescita autonoma e incontrollata, come nel caso del tumore. Malgrado ciò, alcuni recenti studi (da confermare) hanno messo in relazione la tendenza alla formazione di cheloidi con un maggiore rischio di tumori.
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